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Quei furbetti dell’Isee

Italiani poveri, anzi poverissimi per l’Isee. Oppure furbissimi. Il 10%, infatti, lo dichiara nullo e il 20% inferiore a 3 mila euro. Per il 60% il patrimonio ha scarso rilievo, mentre per l’80% (96% nel Mezzogiorno) dichiara di non possedere conti correnti o libretti postali. Infine, lavoratori dipendenti e autonomi dichiarano un Indicatore di situazione economica equivalente molto simile in media, eppure i secondi (gli autonomi) posseggono un patrimonio immobiliare del valore doppio di quello dei premi. È questa la radiografia dell’Isee fornita dal Rapporto 2012 diffuso ieri il ministero del lavoro «con qualche mese di ritardo». Un ritardo giustificato dal fatto che il ministero voleva dar conto di una riforma che invece non c’è stata «a causa dell’opposizione della sola regione Lombardia». Riforma che però il Rapporto evidenzia come necessaria per i «limiti presentati dallo strumento vigente». L’analisi riguarda l’anno 2011 durante il quale sono stati presentati 7,5 milioni di Dsu (le istanze con cui si richiede l’Isee sotto forma di dichiarazione sostitutiva unica), con una crescita di 100 mila unità rispetto all’anno precedente (+1,3%). Non tutte le Dsu, tuttavia, corrispondono a diversi nuclei familiari e a fronte delle 7,5 milioni di Dsu i nuclei distinti sono stati 6,5milioni.

L’indicatore, spiega il rapporto, mostra scarse capacità selettive nella coda bassa della distribuzione. Oltre il 10% dei nuclei presenta un Isee nullo e comunque per circa un quinto di essi non si supera i 3 mila euro. La componente patrimoniale appare fortemente limitata dall’operare delle franchigie e da «comportamenti opportunistici», con il risultato che in quasi il 60% dei casi il patrimonio non ha alcun effetto sull’indicatore. Nello specifico, con riferimento al patrimonio immobiliare (abitazioni, terreni ecc.), il valore viene abbattuto, per la maggior parte della popolazione, di oltre due terzi dalla franchigia sulla prima casa; per il patrimonio mobiliare, invece, la mancata dichiarazione dello stesso è l’evidenza principale, soprattutto nel Mezzogiorno dove nel 96% dei casi (80% nella media nazionale) viene dichiarato di non possedere nemmeno un conto corrente o un libretto di deposito. Il rapporto, ancora, evidenzia differenze nel tenore di vita: le famiglie dei lavoratori dipendenti, per esempio, hanno un valore Isee molto simile in media a quello degli autonomi, eppure il patrimonio anche solo immobiliare di questi ultimi e pari in media a più del doppio di quello dei primi. Infine, il rapporto denuncia l’insoddisfacente modo in cui vengono trattate disabilita e non autosufficienze perché, in termini relativi, si tende a sfavorire proprio i più bisognosi: l’attuale Isee, infatti, non fa distinzioni tra diverse dimensioni del bisogno legato alla condizione di disabilità (cioè, diversa dimensione delle spese che devono essere sostenute per l’autonomia), mentre il valore dell’Isee viene abbattuto in misura crescente (in valore assoluto) al migliorare delle condizioni economiche (l’abbattimento dell’Isee infatti avviene forfettariamente mediante una maggiorazione della scala di equivalenza e quindi e tanto maggiore quanto più benestante e la famiglia di appartenenza).

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