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Quegli effetti speciali per risvegliare l’inflazione

Ci si aspetta una sorpresa, sui mercati, comunque qualcosa di forte, aggressivo, dalla riunione del consiglio dei Governatori della Bce del 3 dicembre. Le aspettative sono alte, gli investitori già hanno fattorizzato un nuovo alleggerimento monetario significativo da parte della Banca centrale europea: nelle settimane scorse, Mario Draghi ha fatto capire in modo chiaro che ci sarà e i mercati sanno che per la Bce alle parole è necessario fare seguire i fatti. Se per qualche ragione non succedesse, la delusione si farebbe sentire, a cominciare dal rovesciamento della tendenza dell’euro a deprezzarsi.
Il problema è capire cosa significhi «mossa aggressiva» da parte della Bce quando i tassi d’interesse sono a zero e la politica monetaria non convenzionale (Quantitative easing, Qe) significa che la banca di Francoforte sta già comprando 60 miliardi di titoli di debito ogni mese.
Le possibilità sono più d’una. Negli ultimi giorni, però, l’attenzione degli Ecb-watchers, coloro che studiano ogni aggettivo e virgola dei discorsi di Draghi e dei membri del consiglio esecutivo della Bce, si è concentrata su un ulteriore abbassamento dei tassi. In particolare, del tasso sui depositi delle banche europee presso la Bce. Ora è già negativo, a meno 0,20%: cioè le banche pagano per tenere i loro capitali alla banca centrale. Ciò nonostante, circa 160 miliardi sono sempre parcheggiati lì e la Bce cerca di smobilitarli per farli rifluire nell’economia, cioè alle imprese e alle famiglie. Allo stesso tempo, non vuole penalizzare troppo le banche, che spesso hanno ragioni di gestione per tenere il denaro in deposito.
Le possibilità
Una possibilità – fatta intendere da funzionari della banca centrale all’agenzia Reuters – è che il 3 dicembre venga stabilito un tasso duale su questi depositi: il che consentirebbe alla Bce una scelta aggressiva senza penalizzare troppo gli istituti di credito. Si tratterebbe di un tasso doppio, differenziato a seconda della quantità di capitale depositato. Ci sarebbe un tasso che rimane a meno 0,20% e un altro che può scendere, magari fino a meno 0,50. Fatto sta che i mercati la settimana scorsa già avevano recepito nei prezzi un abbassamento medio di questo tasso verso meno 0,35%. Altre possibilità rimangono l’incremento degli acquisti mensili di titoli sui mercati, l’ampliamento di ciò che la Bce può comprare e l’allungamento del programma di Qe oltre il settembre 2016. L’obiettivo rimane l’inflazione vicina al 2% (oggi è allo 0,1% e le prospettive indicano che non raggiungerà il target nel 2016, forse nel 2017).
La chiave di tutto, comunque, resta il cambio dell’euro. Non è uno degli obiettivi della politica monetaria, ciò nonostante un suo indebolimento è forse l’elemento più efficace per spingere verso l’alto l’inflazione. Nei giorni scorsi, l’euro ha ondeggiato intorno a 1,06 dollari. Molti economisti valutari prevedono che si indebolirà, anche considerevolmente, nei prossimi mesi. Non solo per l’azione di alleggerimento dei tassi europei ma anche perché ci si aspetta un rialzo del costo del denaro negli Stati Uniti già alla prossima riunione della Fed. La maggior parte di loro prevede che inizi a scendere già nelle prossime settimane e vada sotto la parità a inizio 2016.
Non tutti. David Bloom, capo della strategia valutaria globale di Hsbc, l’ ha detto all’agenzia Bloomberg di non ritenere che la Bce possa spingere l’euro molto in basso. «Hanno già promesso un taglio dei tassi – ha sostenuto – Hanno già promesso più Qe. Come possono fare di più se il fare di più è già nei prezzi? Se è già cotto nella torta?». Bloom addirittura vede l’euro a 1,10 dollari per fine anno e 1,20 per fine 2016. La gran parte degli analisti, però, pensa che Draghi alle parole farà seguire fatti consistenti, «estrarrà un coniglio dal cappello», dice Steven Bell, capo delle macro-strategie a Bmo Global Asset Mangement, un fondo che gestisce 244 miliardi di dollari. «L’euro scenderà pesantemente», aggiunge. Anche chi è meno entusiasta di lui, ritiene che comunque la tendenza sia verso un indebolimento della moneta dell’Eurozona e un rafforzamento del dollaro.
Altri fattori, però, determineranno l’andamento delle valute, nei prossimi mesi. Non ultima la geopolitica: prima o poi, potrebbe iniziare a pesare sui mercati, dal prezzo del petrolio alla riproposizione forte del dollaro come valuta rifugio per eccellenza.
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