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M&A. Quattrocento aziende d’élite. E tutte pronte a comprare all’estero. In Borsa: 300 protagonisti a confronto

C’è una pattuglia di oltre 400 aziende italiane che totalizza un fatturato di circa 80 miliardi. Tutte hanno una redditività generosa, sono molto liquide e potrebbero permettersi di fare shopping in Europa, approfittando anche delle buoni condizioni del credito. Hanno i numeri per conquistare quote di mercato e rappresentano il potenziale di crescita del Paese. Eppure non si decidono. Se guardassero fuori dai loro confini, si accorgerebbero che fare M&A forse conviene.

L’esempio viene da 127 imprese che da almeno un decennio fanno acquisizioni in modo sistematico, e hanno comprato in media 8,9 aziende a testa. Il risultato? Hanno un margine ebitda del 15%, superiore del 60% alla media del loro settore. E questo, mantenendo un rapporto debito-equity di 0,45. Sono nomi come Industrie De Nora, la Sol della famiglia Fumagalli, Guala closures, la Coesia di Isabella Seragnoli, 1,5 miliardi di ricavi, che proprio pochi giorni fa ha comprato uno dei principali competitor nel packaging di prodotti di lusso: la toscana Emmeci. Oppure realtà più note come Campari, Recordati, Brembo (ha appena acquistato la cinese Asimco, che produce dischi freno in ghisa), Valvitalia e Amplifon. Tutte hanno tracciato la roadmap della crescita in Italia e all’estero seguendo il filo rosso delle opportunità di acquisizione.

È il risultato dell’analisi «M&a e creazione di valore» svolta da Kpmg e Sda Bocconi, il cui punto di partenza è un campione di 1.368 aziende da 50 milioni in su di fatturato. Circa 600 lo shopping non se lo possono permettere perché non sono abbastanza redditizie. E solo 362 vivono l’m&a come un’opportunità. Ma il numero di chi ha disegnato il proprio percorso di crescita attraverso acquisizioni sistematiche si riduce drasticamente ad appunto 127, cioè meno del 10% del campione preso in esame. Le aziende che fanno acquisizioni episodiche — pari al 17% del campione — traggono comunque beneficio dallo shopping: registrano una redditività superiore al 50% della media. Ma soprattutto ne trarrebbe beneficio il Paese: «La ripresa passa anche dalla possibilità di stimolare la crescita dimensionale delle tante medie imprese di eccellenza che abbiamo nel nostro tessuto produttivo — spiega Domenico Fumagalli, senior partner e coordinatore della rete di Kpmg in Italia —. I dati della nostre ricerche dimostrano che bisogna rompere gli indugi, perché l’m&a, se fatto con metodo, crea valore e favorisce la crescita».

Più innovazione

Per adesso il mercato nazionale delle fusioni e acquisizioni rimane piccolo. Vale il 2% del Pil, pari a 37 miliardi come peso medio dal 2008 fino alla fine 2015. Gli altri Paesi europei procedono da anni a tappe serrate: in Francia e Spagna le acquisizioni valgono tra il 5 e il 6%. Al traino c’è sempre la Gran Bretagna dove il rapporto è dell’11% e il mercato vale 230 miliardi. «L’m&a determina spesso un salto di qualità per le imprese in termini di innovazione, crescita manageriale, inserimento di giovani laureati, internazionalizzazione. In una parola fa bene alla competitività delle imprese e al mercato di origine», osserva ancora Fumagalli.

Sempre secondo l’indagine, gli «acquirenti seriali» garantiscono agli azionisti un ritorno complessivo dell’investimento poco sotto il 4%. Mentre l’immobilità porta anche al rischio di espulsione dal mercato. Delle prime cento aziende recensite da Mediobanca nel 1999 ne sono «sopravvissute» solo 44. «Le altre sono fallite oppure sono state acquisite — spiega Maximilian Fiani, il partner di Kpmg che ha curato la ricerca —. Quelle rimaste tra i leader si dividono in due tipologie: la prima raggruppa ex aziende pubbliche come Eni, Enel, Telecom e Autostrade che hanno fatto shopping in modo strutturale. La seconda include ex Pmi di matrice familiare, poi diventate multinazionali con la crescita per linee esterne».

In ripresa

Insomma, le acquisizioni devono essere un programma di lungo termine. Dall’inizio dell’anno si percepisce nei dati di Kpmg un’inversione di rotta: il volume complessivo dell’m&a in Italia ha registrato un’espansione dell’11,7%, che si confronta con una contrazione dell’8% a livello europeo. «In un mondo dove la crescita è ormai più bassa che in passato, è più economico comprare aziende, e quindi quote di mercato, piuttosto che creare ex-novo», osserva Stefano Proverbio, il consulente d’azienda ex McKinsey che a fianco del collega Roger Abravanel ha lavorato alla ricerca. I risultati dell’indagine saranno discussi nel forum «Gli imprenditori dell’m&a» che si terrà a Milano mercoledì 25 maggio con il lancio del progetto «M&a Academy: «È un’iniziativa volta a formare 400-500 imprenditori identificati come potenziali soggetti interessati ad attività di merger & acquisition, i quali per varie ragioni ancora non si sono avvicinati a questo tipo di operazioni», spiega Andrea Sironi, rettore dell’Università Bocconi e presidente di Borsa italiana.

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