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“Quattro punti per rendere solida l’Unione bancaria”

«L’ Asset quality review offre l’opportunità di risolvere un problema che avremmo dovuto affrontare da troppo tempo, da almeno cinque anni, come hanno fatto gli americani. Forse si può dire “meglio tardi che mai” ma il ritardo è stato incomprensibile e grave, e ha minacciato seriamente le fondamenta dell’euro ». Jean Pisani-Ferry, classe 1951, economista dell’Ecole Polytechnique, attualmente docente alla Hertie School of Governance di Berlino nonché presidente della Commissione generale per la programmazione del governo francese, è uno dei più prestigiosi economisti europei. E’ stato tanto di quel tempo direttore del think-tank economico Bruegel di Bruxelles che non può sottovalutare i problemi di integrazione e di unanimità che l’Europa deve affrontare in ogni possibile occasione, figurarsi quando intraprende quello che è stato definito dal presidente uscente Barroso come “il più importante passo verso l’unificazione europea dopo il trattato di Maastricht”. «Se ci fosse stata prima l’unione bancaria, verso la quale l’Aqr è il passaggio fondamentale, probabilmente tanti problemi a partire dal credit crunch non sarebbero stati così drammatici». La “review” sta entrando nella fase finale, e cruciale. Qual è la posta in gioco per l’Europa, l’Eurotower e lo stesso Draghi? «E’ un test di credibilità per la Bce di straordinaria

importanza. È una prova che la Banca non può permettersi di fallire, anche se implica diverse potenziali rotte di collisione con le autorità nazionali. Una valutazione onnicomprensiva e oggettivamente rigorosa e imparziale della situazione delle maggiori banche del continente, purché ovviamente sia seguita da una ricapitalizzazione nei casi in cui di essa si accerta la necessità, è la chiave per ripristinare la fiducia nel settore bancario. E quindi per riavviare l’attività economica. Ovviamente è un passaggio necessario ma non sufficiente ». Quali altre pietre miliari devono essere stabilite? « Non dobbiamo dimenticare che la crisi ha rivelato tutta la fragilità dell’Unione monetaria e la persistenza di altissime barriere fra i vari Paesi, finanziarie e anche politiche. Che peraltro, come provano le tensioni questi giorni fra Italia e Germania, non sono state del tutto superate. L’Unione bancaria deve essere il simbolo di una ritrovata solidità nell’area euro. Naturalmente non tutto finisce con l’Asset quality review e il successivo avvio della vigilanza unica, del coordinamento e del metodo di risoluzione delle crisi. Gli sforzi per creare un sistema bancario comune davvero resistente devono continuare senza esitazioni anche al di là di questi passaggi. Non possiamo aspettare la prossima crisi per accorgerci che il lavoro non è stato ancora completato. L’Unione bancaria deve costituire una base comune per evitare errori ed egoismi che sono stati fatali in questa crisi. Quanto più sarà coesa tanto meglio sarà». A questo proposito, nel suo ultimo libro, “The euro crisis and its aftermath” appena pubblicato, lei accusa senza troppi complimenti la Germania di aver tratto beneficio dalla crisi scoppiata sul fronte sud dell’Unione europea. L’Unione bancaria eviterà il ripetersi di tali squilibri? «Il più grave errore è stato quello di non capire o comunque di equivocare sulle origini stesse della crisi. Visto che la prima vittima della crisi era stata la Grecia, è diventato un dogma accertato a Bruxelles e a Berlino che la causa di tutti i mali era la facilità della spesa pubblica, i pochi controlli, l’indebitamento. Alla Germania questa spiegazione andava bene perché confermava il sospetto che Berlino aveva da prima della creazione dell’euro, e cioè che la mina vagante era il debito di altri Paesi. Di qui alla più semplice e meno efficace delle cure, il passo era breve. Anche per offuscare qualsiasi sospetto che la Germania potesse aver contribuito alla crisi mantenendo un forte surplus delle partite correnti che le sue banche riciclavano in facili prestiti ai costruttori mediterranei. Ma se la crisi fosse scoppiata per prima in Irlanda? Niente di più facile che accadesse così, vista la fragilità del sistema bancario, emersa peraltro poco dopo. Allora sarebbe stato chiaro che il colpevole non era l’irresponsaiblità fiscale bensì una serie di altri fattori, dagli squilibri economici ai prestiti azzardati e rischiosi delle stesse banche, per finire con i valori immobiliari gonfiati. Le priorità non sarebbero stati gli aumenti delle tasse e i tagli di spesa, ma riforme che migliorassero la competitività e una rapida chiusura delle banche in difficoltà, comprese quelle tedesche e francesi, che avevano prestato così irresponsabilmente. Vede perché è importante l’Unione bancaria? Per evitare che dalle banche esca una nuova miccia si crisi». Lei diceva che l’asset quality review non è che un passo, pur fondamentale, verso la ricostruzione del sistema bancario dell’area euro. Quali dovranno essere i successivi? «Secondo me dovrebbero essere quattro: 1) una securitisation dei prestiti a rischio, in modo da prevenire il pericolo che sui bilanci delle banche si abbatta la scure di crediti in sofferenza o che comunque gli istituti non vogliono tenere; 2) lo stimolo di una decisa ripresa dei prestiti specialmente ad aziende con convincenti prospettive di crescita nel Sud Europa. I mille miliardi di Tlro, il funding for lending che Draghi a confermato giovedì, dovrà essere fortemente vincolato e canalizzato con sicurezza; 3) la ripresa dei prestiti trans-frontalieri che hanno sofferto spaventosamente, per quanto questo possa essere sorprendente in una sedicente Unione monetaria, negli anni della crisi dell’euro; 4) la promozione di un ancora più integrato sistema bancario europeo sul lungo termine. Sono queste le condizioni alle quali questa sofferta asset quality review non sarà stata inutile».

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