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I quattro grandi d’Europa rilanciano sulla Web tax

Merkel, Macron, Gentiloni e Rajoy alzano il pressing sulla Web tax. Con un documento informale comune Germania, Francia, Italia e Spagna si preparano alla battaglia di Tallinn, dove con una posizione unica i quattro maggiori paesi dell’eurozona e dell’Unione torneranno a chiedere ai partner di tassare le aziende digitali che oggi grazie agli accordi fiscali con alcune capitali, come Dublino, in Europa aggirano le imposte per decine di miliardi all’anno. In vista del summit che si terrà venerdì nella capitale estone i quattro leader – che da agosto hanno stretto un patto di cooperazione che al momento regge nonostante le incognite del risultato elettorale tedesco – danno seguito alla lettera congiunta dei loro ministri delle Finanze del 9 settembre, in quell’occasione scritta per l’Ecofin che si è tenuto qualche giorno dopo sempre in Estonia. Se la pressione politica sale di livello, i quattro premier limano la proposta iniziale dei ministri chiedendo di far pagare l’Iva sulle transazioni e le tasse sui profitti dei giganti del web: una proposta più morbida della tassazione secca del fatturato, che sulla carta può essere sostenuta da una ventina di paesi e isolare il fronte del no capitanato da Irlanda, Lussemburgo, Malta e Cipro.
All’Ecofin i ministri avevano dato mandato alla Commissione di preparare una serie di opzioni proprio in vista del Consiglio europeo del 29 settembre. La scorsa settimana Bruxelles ha pubblicato un documento in cui appoggiava il fronte dei quattro riconoscendo che in attesa di un accordo a livello di G20 sulla Web tax, quanto mai incerto nei tempi e nei contenuti, l’Europa può andare avanti da sola, già nel 2018. Tra le opzioni previste quella sulla tassazione sui profitti, con la richiesta di un mandato proprio dal summit di Tallinn per pubblicare una proposta legislativa a inizio del prossimo anno.
Ora Merkel, Macron, Gentiloni e Rajoy, con il documento che gira tra le Cancellerie e a Bruxelles, tornano alla carica esercitando la massima pressione affinché tra tre giorni i governi diano un incarico forte e chiaro alla Commissione per il 2018. In concreto chiedono che le aziende paghino l’Iva negli stati dell’Unione «a prescindere dalla natura fisica o digitale» dei prodotti e che anche «i nuovi modelli di business vengano effettivamente tassati». Auspicano cambiamenti nelle regole Ue «per assicurarsi che i profitti tassabili, inclusi quelli derivanti dalle attività digitali, siano appropriatamente iscritti dove il valore è creato in modo da evitare l’erosione fiscale e lo spostamento dei profitti». La difficoltà per gli europei di tassare big come Google, Facebook, Amazon è che le aziende digitali non producono beni materiali e spesso per fare affari in un Paese non hanno nemmeno la necessità di una presenza fisica significativa. Per questo stringendo accordi fiscali con alcune nazioni, come l’Irlanda, se la cavano con tasse molto basse versate in un solo partner Ue. «Un aggiramento sistematico del fisco, una distorsione del mercato e una concorrenza sleale», la definiscono.
Per questo chiedono che l’Europa proceda «rapidamente con misure tangibili», che poi possano essere da modello per decisioni a livello di G20 e Ocse, ribaltando l’approccio dei paesi contrari che prima chiedono regole globali e poi Ue. Inoltre «per le imprese che portano in paesi terzi i profitti tassabili realizzati nel mercato interno, la Ue può esplorare soluzioni per rimpatriare la porzione di imponibile che è stata trasferita indebitamente offshore». Se tutto andrà come previsto, in primavera Bruxelles presenterà la sua proposta concreta e se Irlanda e soci continueranno a fare blocco una ventina di paesi potrebbe andare avanti con una cooperazione rafforzata o addirittura provando a togliere l’unanimità sul fisco.

Alberto D’Argenio

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