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Quattro fondi per la quota Mps

di Federico De Rosa e Fabrizio Massaro

MILANO — «Ottimisti, sempre». La fiducia Alessandro Profumo non l'ha mai persa. E adesso che il rischio di rimanere schiacciato tra i giochi di contrada è definitivamente sfumato, il presidente designato del Montepaschi può tirare il fiato. Certo, non è stata una passeggiata. La decisione di non riconfermare nessuno degli attuali consiglieri – in particolare il presidente della Fondazione, Gabriello Mancini, si è speso a favore degli uscenti Alberto Monaci e Fabio Borghi – ha aperto una pericolosa frattura nella deputazione di Palazzo Sansedoni, rischiando di rimettere tutto in gioco. Alla fine non è successo ma l'astensione sul nome di Profumo e il voto contrario sulla lista espresso da Mancini rappresenta uno strappo pesante. Che andrà ricucito. Secondo alcuni con le dimissioni. Che però il diretto interessato ieri ha seccamente escluso.
Alla fine è passata la linea della discontinuità totale del sindaco Franco Ceccuzzi e del presidente della Provincia, Simone Bezzini, considerati a Siena i veri vincitori della partita sulle nomine. Che ieri si sono congratulati per la scelta di nomi che «offrono alla Banca Monte dei Paschi un board di altissimo profilo e ne rafforzano la competitività sul mercato». Nessun riferimento allo strappo di Mancini. «Il confronto che si è svolto all'interno della deputazione amministratrice è stato di natura esclusivamente strategica». Anche il presidente della Regione Enrico Rossi, si è congratulato per la scelta auspicando «un ritorno di questa banca al ruolo che ha sempre svolto». Tace invece Alberto Monaci, presidente del consiglio regionale, area ex Margherita (come Mancini), il cui fratello Alberto non è stato confermato ma che — se Mancini lasciasse — potrebbe essere candidato alla guida della Fondazione.
Chiuso il dossier nomine resta ora da definire la partita sul socio strategico di Mps. Domani la deputazione dovrebbe esaminare le quattro offerte attese per oggi. In prima fila ci sarebbero Equinox e Clessidra. Il fondo di Salvatore Mancuso, che ha lavorato insieme a Barclays e Morgan Stanley, punterebbe all'intera quota ma non è ben visto dal sindaco e dalla città. L'offerta di Clessidra, messa a punto con Leonardo & Co, sarebbe invece per il 4%. Ci sarebbero poi anche un investitore arabo e un fondo pensione. La Fondazione, assistita dall'avvocato Angelo Benessia, avrebbe comunque messo sul tavolo una quota del 4% — che è poi il limite al diritto di voto in assemblea — e su questo si attende che i candidati si confrontino, in particolare sul prezzo. Non è tuttavia ancora deciso se vendere solo un 4% o assegnare un pacchetto più ampio o due pacchetti simili. Dipenderà anche dagli eventuali imprenditori privati pronti ad acquistare quote minori, come avvenuto la scorsa settimana (fra questi con lo 0,5%, Edoardo Caltagirone, fratello di Francesco Gaetano). Per la decisione ci vorrà qualche giorno, e forse una nuova deputazione, venerdì o sabato.
Il ministero del Tesoro segue con grande attenzione l'operazione e si è riservato una valutazione finale preventiva. I paletti di Via XX Settembre ruoterebbero attorno al prezzo. Il ministero vorrebbe che l'acquirente sia scelto secondo un criterio il più possibile oggettivo, come è avvenuto nella vendita del primo pacchetto del 2,5% ai blocchi, la scorsa settimana, collocati al prezzo medio di mercato di ciascun giorno di operazione. Circa la governance, al socio strategico potrebbero andare 3 posti in consiglio.
 

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