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Quattro fazioni per una Brexit. Così si frantumano i conservatori

Theresa May va avanti come se niente fosse: ma la truppa governativa dietro di lei si azzuffa e si squaglia per decidere in quale direzione procedere. E sono almeno quattro le fazioni in cui si dividono i ministri: a seconda di chi prevarrà, capiremo quale sarà l’esito finale di questa saga infinita che è diventata la Brexit.

La premier britannica, grazie alla fiducia ottenuta mercoledì in Parlamento, fa finta di ignorare che il giorno prima gli stessi deputati avevano bocciato sonoramente il suo accordo con Bruxelles. Lei ha intenzione di riproporlo a Westminster, giusto con «limitati cambiamenti» per assicurane l’approvazione. Ci si aspetta che la May chieda agli europei delle assicurazioni legalmente vincolanti sul punto più controverso del suo piano, il cosiddetto «backstop», la polizza di assicurazione per impedire il ritorno a un confine rigido fra le due Irlande: la premier vuole la garanzia che l’unione doganale con la Ue in cui tutto il Regno Unito si verrebbe a trovare sarebbe solo temporanea.

Ma ci sono seri dubbi che questo possa bastare a convincere i deputati euroscettici, che considerano l’accordo con Bruxelles un atto di vassallaggio all’Europa. La May ha promesso che in questi giorni si consulterà con tutti i gruppi parlamentari per trovare una via d’uscita: ma la signora non è certo famosa per la sua flessibilità o capacità di immaginazione. Tanto più che le sue «linee rosse», cioè perseguire una politica commerciale indipendente per il Regno Unito e mettere fine all’immigrazione incontrollata, lasciano pochi spazi di manovra. E infatti i primi colloqui di ieri con i partiti d’opposizione minori, dai verdi agli scozzesi, si sono conclusi con un nulla di fatto a causa dell’intransigenza del governo.

Ma i ministri, alle sue spalle, sono in realtà divisi sul da farsi. Una fazione di «colombe» chiede un approccio più costruttivo col Parlamento, per verificare quali idee possano emergere: la guida la ministra del Lavoro Amber Rudd, secondo la quale nulla deve essere escluso pur di raggiungere un accordo. Questo gruppo, cui appartiene pure il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, vuole scongiurare un no deal, cioè una uscita dall’Europa senza accordi, e pilotare il Regno Unito verso una Brexit «morbida».

Dalla parte opposta ci sono i «duri» guidati da Andrea Leadsom, la leader dei Comuni: loro non vedono affatto i colloqui parlamentari come un prologo a una soft Brexit, anzi insistono che in mancanza di meglio è preferibile andare verso un «no deal controllato», che possa essere il preludio a un accordo Gran Bretagna-Ue costruito sul modello canadese di libero scambio.

In mezzo si collocano i lealisti della May, come la segretaria al Tesoro Liz Truss o il ministro per il Commercio Internazionale Liam Fox: secondo loro la premier dovrebbe attenersi al suo piano, fare la faccia dura con Bruxelles e ottenere concessioni che ammorbidiscano i critici.

C’è poi un quarto gruppo, quelli che stanno alla finestra, come l’influente Michael Gove, ministro dell’Ambiente: i quali professano lealtà alla May ma sono pronti a far pendere la bilancia verso una Brexit «soft» o «hard», a seconda delle circostanze.

È chiaro in ogni modo che per far passare un accordo in Parlamento occorrerà imbarcare almeno parte dei laburisti: ma questo potrebbe rivelarsi inaccettabile per l’ala destra dei conservatori, col risultato di spaccare il partito di governo. Bisognerà vedere se a quel punto la May saprà mettere l’interesse nazionale al di sopra di ogni altra considerazione.

Luigi Ippolito

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