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Quattro antidoti al credit crunch

Un poker d’assi per rilanciare il credito e trovare alternative valide al canale bancario. Mentre la Bce prepara il «bazooka» per incoraggiare gli istituti a prestare denaro alle imprese a condizioni convenienti, il governo Renzi mette in campo quattro strumenti contro il credit crunch. Due, già collaudati ma in continua evoluzione, come il Fondo centrale di garanzia per le Pmi e i mini-bond, e altrettanti appena promossi dal «Decreto competitività»: una semplificazione delle regole per i corporate bond e la possibilità per le compagnie di assicurazione e le società di cartolarizzazione di concedere finanziamenti alle imprese.
La prima carta che il Governo intende continuare a giocare è il Fondo centrale di garanzia, il “bollino” pubblico rivolto alle imprese che hanno difficoltà ad accedere al credito perché non dispongono, appunto, di sufficienti garanzie. Lo strumento esiste dal 2000 per sostenere le Pmi, ma ha cambiato pelle più volte e ampliato il raggio di azione per sostenere l’economia reale a tutto tondo: dai professionisti alle imprese femminili passando per le start up innovative. Fino alla possibilità di aprire un paracadute anche su portafogli di investimenti. Dalla sua creazione alla fine di marzo il Fondo ha coperto 346mila operazioni per un importo totale di 55 miliardi, di cui 30 garantiti, e un aumento delle operazioni del 92% nel primo trimestre.
È stato poi appena firmato dal ministero dell’Economia e delle Finanze e approderà nei prossimi giorni in Gazzetta Ufficiale il «pacchetto mini-bond» che consente al Fondo di emettere garanzie anche per gli intermediari e le Sgr che sottoscriveranno mini-obbligazioni singole o portafogli. Una mossa che punta a incentivare l’utilizzo di questo strumento introdotto nell’agosto 2012 con il decreto Sviluppo, e che prevede per le società non quotate, anche Pmi, la possibilità di emettere obbligazioni. Finora sono approdati sul segmento Extramot Pro di Borsa Italiana, attivo dal febbraio 2013, 43 strumenti da parte di 37 società. Di essi sono 29 quelli al di sotto dei 50 milioni.
«I mini-bond sono un’opportunità interessante – sottolinea Alessandro Carpinella, partner Kpmg esperto di credito alle imprese – perché costringono le aziende a ridefinire la propria struttura organizzativa e a intervenire sul management oltre ad avere un grande ritorno di immagine e visibilità. I costi sono però ancora elevati rispetto al credito bancario».
Il «Decreto competitività» approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 giugno ha poi spianato la strada ad altri due strumenti. La prima mossa riguarda la semplificazione delle regole per i corporate bond, con l’eliminazione dei due articoli del Codice civile che ne restringevano il perimetro. Meno lacci e lacciuoli, dunque, alla quotazione dei bond fuori dai mercati regolamentati e apertura alla sottoscrizione anche a investitori non qualificati. Non solo. La lotta al credit crunch passa anche per la liberalizzazione del credito. Con la possibilità, per compagnie di assicurazione e società di cartolarizzazioni di finanziare le imprese affiancando, almeno in un primo momento, le banche. Su questo aspetto ora la palla passerà alla Banca d’Italia per un parere e le circolari esplicative sui termini e le modalità delle comunicazioni periodiche. Mentre l’Ivass, l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni, dovrà stabilire le condizioni e i limiti per la concessioone dei finanziamenti. Secondo le prime stime l’effetto combinato delle due misure sarà un aumento del credito di circa 20 miliardi.
Potenzialmente, spiegano dal ministero dello Sviluppo economico, i due strumenti potrebbero essere operativi una volta pubblicati in Gazzetta Ufficiale perché non necessitano di ulteriori provvedimenti attuativi. Anche se il nuovo ruolo delle società di assicurazione e di cartolarizzazione potrebbe richiedere tempi più lunghi di preparazione.
Gli addetti ai lavori apprezzano gli sforzi del governo, ma avvertono che non sarà una partita facile. «Il governo – sottolinea Alessandro Carretta, presidente di Aidea, l’Accademia italiana di economia aziendale – ha preso atto del fatto che il rapporto tra banche e imprese non sarà mai più come prima. Per questa ragione le misure hanno un significato strutturale. Il giudizio è complessivamente buono. Si tratta però di condizioni necessarie ma non sufficienti per far ripartire il credito». Gli fa eco Carpinella: «Questi strumenti, che semplificano le regole del gioco e rendono il sistema italiano più avanzato – conclude – si rivolgono a una parte molto qualificata di imprese medio-grandi con struttura organizzativa, organizzazione contabile e management già in grado di costruire forme di finanza evolute. Campioni del made in Italy a cui è affidato il compito di risollevare il Paese. Manca però una riflessione vera per le piccole imprese».

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