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Quattro anni di manovre: fisco pigliatutto

Finanziarie, manovre correttive, manovre-bis, leggi di stabilità, spending review. Negli anni, la lotta tra la finanza pubblica italiana e la crisi internazionale ha cambiato parecchi nomi: ma come nei videogame evocati più di una volta dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, cambia lo sfondo ma non la sostanza. Le munizioni del nostro bilancio pubblico sono sempre due: chiedere più soldi ai cittadini, o tagliare i fondi a disposizione della macchina pubblica per funzionare e dare servizi. I numeri messi in fila (finora) dalla legislatura della crisi mostrano lo sforzo fatto fin qui dal Paese per rimettersi in sesto: imponente. Quattro anni, dieci manovre, e richieste per 329 miliardi e 520 milioni di euro, per il 55% (cioè 178 miliardi) rappresentato da aumenti di entrate vale a dire, quasi sempre, di nuove tasse.
Un tema, quello della composizione delle manovre, che ha acceso dibattiti scatentati fra i partiti, piuttosto ingiustificati alla luce dei numeri. La composizione del «Salva-Italia» di Natale, che tra Imu, addizionale Irpef e fisco vario è stata bersagliata di critiche per l’eccessivo ruolo giocato dalle tasse, ha una composizione identica alla manovra-bis di Ferragosto 2011, ultimo intervento di peso del Governo Berlusconi: 73% di maggiori entrate, e 27% di tagli di spesa.
Il calcolo
Le cifre complessive sono il frutto degli effetti messi a bilancio anno per anno dai diversi interventi. Non si tratta, tecnicamente, dell’impatto a regime sui saldi di finanza pubblica, ma delle risorse realmente chieste (o non date, sotto forma di welfare, servizi o “costi pubblici”) ai cittadini. Per capirci: se una manovra introduce una tassa che porta un miliardo il primo anno, due il secondo e tre dal terzo, l’effetto a regime è di tre miliardi, ma i soldi versati nel tempo dai cittadini ammontano a sei. I ministri dell’Economia guardano il primo dato, ai portafogli delle famiglie e ai conti economici delle imprese interessa di più il secondo.
Le tappe
A gonfiare la montagna di risorse messa in campo nel tentativo di far digerire ai mercati internazionali la massa del nostro super-debito pubblico non sono solo i “valori unitari” dei vari provvedimenti, in otto casi su 10 varati per decreto dai Governi Berlusconi e Monti, ma anche la loro frequenza. Già nel 1992, che rappresenta il (pallido) precedente della tempesta finanziaria abbattutasi sui conti italiani, il Governo Amato varò la celebre manovra «lacrime e sangue» da 48 miliardi di euro (93mila miliardi di lire), che però a quelle vette campeggiò solitaria per anni.
Nel calendario 2008-2012, invece, la manovra equivalente, rappresentata dal primo decreto estivo dell’anno scorso (Dl 98/2011: in questo caso vanno guardati gli effetti a regime), fu seguita a stretto giro dal decreto-bis di Ferragosto, che all’atto pratico si limitò a spianare la strada al «Salva-Italia» di Natale, dopo il cambio di Governo seguito all’approvazione definitiva a novembre della legge di stabilità con la salita di Berlusconi al Quirinale per rassegnare le dimissioni.
L’esordio
Tradurre in pratica la selva dei numeri messi in parata nel grafico qui a fianco non è difficile. Gli ingredienti forti del primo intervento, destinati a diventare caratteristiche abituali in quasi tutti i successivi provvedimenti anti-crisi, furono i tagli lineari, agli enti territoriali (9,2 miliardi) e ai ministeri (14,5 miliardi): la maggior efficacia dei primi rispetto ai secondi è uno degli elementi da considerare per spiegare come mai negli anni successivi le manovre correttive sono state così frequenti. Nel pubblico impiego, il prezzo più salato fu pagato dagli organici della scuola, mentre nel capitolo dedicato alle imprese comparve allora la Robin Tax, con aumento dell’Ires al 33% per le aziende petrolifere, e l’aumento del prelievo su banche, assicurazioni e cooperative. La social card offrì il volto “buono” della manovra, mentre in pochi, visti gli effetti reali, ricordano il rilancio di banda larga e start-up o la possibilità di trasformare le università in fondazioni.
I temi ricorrenti
Insieme agli enti territoriali, che grazie al meccanismo del «prelievo alla fonte» dei fondi loro destinati sono un appoggio sicuro per tutti gli interventi, anche il pubblico impiego ha cominciato a rappresentare un passaggio obbligato dei vari decreti. Revisione degli organici a parte, riproposta dalla spending review dopo più di un’incertezza applicativa (si veda l’articolo in basso), i piatti forti sono stati il congelamento degli stipendi individuali e il blocco triennale della contrattazione, la stretta progressiva dei vincoli al turn over, che con l’allineamento contenuto nella spending review impongono alle Pubbliche amministrazioni di non spendere in nuove assunzioni più del 20% dei risparmi prodotti dalle uscite (40% negli enti locali), e la tagliola agli stipendi dei dirigenti, che riduce del 5% la quota di busta paga superiore a 90mila euro e del 10% quella superiore a 150mila. La misura risale all’estate 2010, e nella manovra-bis 2011 fu replicata per gli stipendi privati ma, viste le resistenze dell’allora premier Berlusconi, la manovra che gli fece «grondare di sangue il cuore» si limitò a chiedere il 3% deducibile ai guadagni superiori a 300mila euro. Un trattamento diversificato che ha portato il taglia-stipendi del pubblico impiego sui tavoli della Corte costituzionale, da cui si attende nei prossimi mesi il verdetto di legittimità.
Le pensioni
Altro leit-motiv delle manovre, alimentato dagli scontri interni all’ex maggioranza di centro-destra, è quello delle pensioni. Comparse sulla scena del risanamento dapprima nella sola versione “rosa”, con l’adeguamento Ue dell’età di vecchiaia delle dipendenti pubbliche prima e poi con l’allineamento al rallentatore per le lavoratrici private, hanno visto d’un colpo spazzate tutte le esitazioni con la riforma Fornero di Natale, che ha abolito le uscite di anzianità e ha alzato in fretta i paletti per la vecchiaia e l’uscita anticipata. Una misura drastica, che però ha mantenuto il tema previdenziale al centro delle manovre per la partita degli «esodati», tornata anche nella spending review con la ciambella di salvataggio lanciata al nuovo contingente da 55mila persone, che si aggiungono alle 65mila “salvaguardate” con la legge di conversione del «Salva-Italia».

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