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Quanto rendono le buone azioni da export

Sono imprese come Lafarge, nelle costruzioni, Unilever, nel largo consumo, Sap nel software, oppure nel comparto del lusso, l’italiana Luxottica o la francese Lvmh che potrebbero offrire agli investitori gli anticorpi per contrastare la rinnovata volatilità dei listini. E fare la differenza in termini di performance all’interno di un portafoglio azionario, dopo la correzione che nelle ultime settimane si è registrata su quasi tutte le borse mondiali. Ne sono convinti gli analisti di Kepler Chevreux, una della principali società indipendenti di analisi finanziaria in Europa, con un monitoraggio su oltre 650 società quotate e una forza di una ottantina di analisti.
Lista
Queste società, ma si potrebbero fare anche molti altri nomi (vedi tabella) hanno infatti la caratteristica di realizzare quote elevate del loro fatturato — in genere tra il 50 e l’80% — al di fuori del mercato domestico europeo. «Una circostanza che permette a queste aziende di sfuggire alla stretta dei consumi che affligge tutte le principali economie europee, a cominciare da Francia, Italia e Spagna, e consente a queste aziende di mantenersi su un sentiero di crescita di utili e fatturati nonostante la recessione dell’eurozona», afferma Jean-Gabriel Attali, strategist globale di Kepler Chevreux. «La forza di questo posizionamento sui mercati internazionali — continua Attali — potrebbe valere una performance del 5-10% in più rispetto all’andamento medio dei listini».
Non si tratta di valori trascurabili, soprattutto perché, in base alle elaborazioni degli analisti di Kepler Chevreux le società a forte vocazione esportatrice presenti nell’indice DJ Euro Stoxx hanno il vantaggio di offrire un dividend yield (rendimento per dividendi) medio del 2,58%, un valore superiore di circa un punto percentuale rispetto al rendimento del Bund tedesco a dieci anni. E anche alcune società italiane a forte vocazione esportatrice, come Fiat Industrial (70% del fatturato realizzato all’estero), Prysmian (più del 37% del fatturato al di fuori dei confini nazionali), offrono rendimenti per dividendi interessanti, rispettivamente del 3,1% e del 2,7%.
Caratteristiche
«Tutto questo insieme di caratteristiche, che vanno da una maggiore stabilità dei tassi di crescita alla distribuzione di buoni dividendi agli azionisti, ha l’ulteriore vantaggio di rendere un paniere composto da società con elevati valori di fatturato realizzato al di fuori dell’eurozona particolarmente stabile e difensivo sotto il profilo della tenuta delle quotazioni», aggiugne Attali. Convinto che il relativo rallentamento della crescita delle economie emergenti avrà un impatto limitato sulle aziende europee maggiormente globalizzate. «Il grosso della domanda internazionale continua infatti a provenire dagli Stati Uniti le cui importazioni sono pari al quadruplo rispetto a quelle cinesi, concentrate nel segmento dei beni di lusso o dei prodotti tecnologici e di alta gamma che non riescono a trovare una offerta equivalente sul mercato locale», conclude lo strategist.
Dal punto di vista delle scelte di allocazione del portafoglio azionario lo strategist di Kepler Chevreux dichiara di privilegiare il mercato statunitense, cui viene attribuito un peso percentuale di circa il 35% del totale. In seconda posizione, con una quota del 30%, seguono i listini europei, «che godono di un gap di valutazione importante rispetto a Wall Street e che hanno buone probabilità di recuperare terreno in 12-24 mesi». Un peso rilevante, il 15% complessivamente, viene attribuito anche alle borse dei paesi nordici, della Gran Bretagna e della Svizzera. Largamente sottopesati, invece i listini emergenti, cui Kepler Chevreux attribuisce appena il 5%, rispetto al 15% dell’indice Msci World. Un salomonico 7,5% viene infine attribuito a Tokio e un analogo 7,5% alle borse del Pacifico (Australia, Singapore, Corea e Taiwan). «Un portafoglio così diversificato potrebbe generare in 24 mesi un rendimento medio annuo a doppia cifra», conclude lo strategist.

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