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Quanto costa lo spread? Quasi 3 miliardi al mese

Più di un miliardo al mese. Ecco quanto è costato quest’anno in Borsa a Intesa Sanpaolo, la più presente tra le banche commerciali sul territorio italiano, con una solidità patrimoniale ben al di sopra dei requisiti imposti dalla Banca centrale europea. Eppure anche il gruppo guidato da Carlo Messina non ha avuto scampo. Intesa, che è una dei grandi compratori di debito della Repubblica italiana, ha visto la propria capitalizzazione di Borsa scendere dai 46,214 miliardi di euro del 2 gennaio 2018, ai 35,609 miliardi di venerdì scorso, 12 ottobre. Complessivamente sono venuti a mancare al valore di Borsa della prima banca in Italia 10,605 miliardi in nove mesi e mezzo, più di un miliardo ogni 30 giorni.

Le altre banche non stanno meglio. Il valore di Borsa di Unicredit, la più internazionale tra le banche italiane con importanti presenze in Germania, Austria e nell’Est Europa, è scivolato a 26,6 miliardi. Se consideriamo che due anni fa venne avviata un’imponente opera di ricapitalizzazione del valore complessivo di 20 miliardi di euro, di cui 13 con un aumento di capitale cash, si realizza che in questi nove mesi Unicredit ha bruciato oltre 8 miliardi di proprio valore, ben più della metà dell’importo dell’aumento di capitale del febbraio 2017.

Non sta meglio Banco Bpm. Anche in questo caso pesa un portafoglio pieno di titoli di Stato italiani. A gennaio la banca guidata da Giuseppe Castagna sfiorava i 4 miliardi di capitalizzazione, oggi non arriva a 3 e la perdita di valore borsistico contabilizzata venerdì scorso somma 1.198 milioni di euro. In altre parole, in nove mesi e mezzo Banco Bpm ha perso il 30 per cento del proprio valore. Se poi prendiamo le sei principali banche commerciali italiane (vedi tabella in alto), vediamo che la somma della capitalizzazione di Intesa, Unicredit, Ubi, Banco Bpm, Mps e Bper ammontava a inizio anno a 95,772 miliardi di euro e che venerdì scorso era scesa a 72,192 miliardi. Ovvero 23,58 miliardi in meno in nove mesi e mezzo, quasi 3 miliardi al mese.

Cosa c’è dietro questa pesante perdita di valore? Le banche italiane in passato hanno scontato la modesta capitalizzazione che le ha esposte ai venti delle crisi in maniera più massiccia rispetto alle concorrenti europee. Ma con cessioni e aumenti di capitale hanno portato tutte i loro ratio patrimoniali ben al di sopra dei limiti di sicurezza imposti dalla Bce. Non è dunque (per ora) un problema di capitale. E neppure di redditività.

In attesa di conoscere i risultati al 30 settembre che verranno resi noti il mese prossimo, le banche italiane hanno archiviato una semestrale mediamente positiva e le sei banche oggetto della nostra analisi hanno chiuso la prima metà dell’anno tutte con un significativo utile netto: Intesa Sanpaolo 2,179 miliardi, Unicredit 2,136 miliardi, Ubi 208 milioni, Banco Bpm 352 milioni, Monte dei Paschi di Siena 288 milioni, Bper 307 milioni. Il problema dunque non è né nella solidità delle banche (per ora), né nella loro capacità di stare sul mercato. Piuttosto è nei portafogli di investimento, spesso ripieni di titoli di Stato italiani e nel rischio Paese, che possiamo generalmente misurare con lo spread. Nei primi tre mesi dell’anno lo spread dei Btp decennali italiani sui Bund tedeschi di pari durata era mediamente a 130 punti base. L’Italia insomma pagava in media l’1,3 per cento in più della Germania per finanziarsi sui mercati internazionali. Oggi paga oltre il 3 per cento: la percezione del rischio-Paese, in sei mesi, è raddoppiata. Le tensioni autonomiste, le ipotesi in discussione sull’aggiornamento del Def e una decisa contrapposizione rispetto alle organizzazioni comunitarie non hanno prodotto effetti positivi sugli indicatori economici e sulla percezione che, dell’Italia, si ha al di là dei confini. Così si brucia denaro in Borsa. Per ora però l’effetto, per quanto sgradevole, è circoscritto. Ma cosa potrebbe accadere nel prossimo futuro? Qualche effetto è ipotizzabile già ora.

Il caso Montepaschi

Come noto, l’aggiornamento del coefficiente patrimoniale Cet1 (il più importante per valutare la solidità di un istituto di credito) avverrà solamente in occasione della presentazione dei risultati al 30 settembre, prevista per tutte le banche quotate il mese prossimo. Ma qualche calcolo si può anticipare, ben sapendo che prima della pubblicazione andranno considerate le operazioni di mercato e gli utili di periodo, a ora del tutto ignoti. Così tenendo ferme tutte le altre variabili, con lo spread a quota 315, come è avvenuto martedì 9 ottobre, il Monte dei Paschi di Siena vedrebbe il suo Cet1 ratio scendere al 10,17 per cento, leggermente sotto il livello di guardia fissato dalla Bce a 10,25 per cento. Ogni singolo punto di aumento dello spread, sottolineano gli analisti, erode 3,7 milioni di euro dal capitale di Mps. Così la banca che, a causa della gestione dell’epoca di Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, è oggi partecipata al 68,274% dal ministero dell’Economia e delle Finanze, si ritrova a rischio solidità. I più di cinque miliardi passati un anno fa dalle casse pubbliche a quelle di Mps per evitarne il fallimento si sono oggi ridotti a 1,3, visto che tutta la capitalizzazione dell’istituto supera di poco i 2 miliardi. L’effetto però non grava solo sul Monte, sebbene a Siena sia più evidente per l’imponenza del rapporto. Oggi una grande banca internazionale, se fosse interessata all’Italia, potrebbe entrare nel capitale di tutti i maggiori istituti di credito italiani con modesti esborsi. Il Santander oggi vale il doppio di Intesa Sanpaolo, Bnp Paribas, che in Italia già controlla il 100 per cento di Bnl, poco di meno. La quota che la Compagnia di San Paolo, primo azionista, ha in Intesa valorizza meno di 2,5 miliardi di euro, meno dell’utile netto che il Banco di Santander realizza in sei mesi. Société Générale, da più parti indicata come possibile preda di Unicredit, oggi vale più del potenziale predatore. Lo dicono i numeri.

Stefano Righi

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