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“Quantitative easing tardivo rischia di essere inefficace”

«Il quantitative easing è la più concreta e ambiziosa operazione di vera integrazione europea. Il problema è che doveva essere lanciato due anni fa. Il ritardo rischia di comprometterne l’efficacia». Robert Engle, economista della New York University, ha vinto un Nobel nel 2003 per i suoi studi sulle “conseguenze sui tassi d’interesse di avvenimenti eccezionali sui mercati”.
Perché secondo lei questo ritardo?
«La Bce nasce con un “difetto di fabbrica”. Fin dall’inizio dell’euro doveva essere dotata di poteri maggiori, più coerenti e coordinati, visto che è l’unica istituzione vera dell’eurozona. Invece i trattati a partire da Maastricht sono stati esitanti e ambigui, probabilmente per tutelare le sovranità nazionali. Si doveva capire che con la moneta comune l’Europa diventa una nazione sola almeno dal punto di vista monetario e ha bisogno di qualcosa di simile alla Fed. Troppe dispute e compromessi politici ne condizionano l’operatività. Guardate le regole del Qe: il decentramento alle banche nazionali, l’input a comprare solo sul mercato secondario, i criteri confusi di scelta dei titoli. E’ come se si avesse paura di quello che si è creato, cioè una banca potente e completamente integrata con l’eurozona. C’è paura di ripetere il modello Fed, eppure posso dirvi che è una delle poche istituzioni americane che funziona».
I tassi grazie al Qe dovrebbero scendere. Basterà per la crescita?
«Mi auguro di sì ma non ne sono sicuro. A meno che per compensare i ritardi e le ambiguità non si crei una sorta di consiglio europeo per la competitività che aiuti a uscire dalla crisi: un meccanismo che monitori e corregga gli squilibri macroeconomici dalle dinamiche salariali alla produttività. È stato un problema trascurato per concentrarsi sulle politiche di bilancio. Si sarebbe evitato che gli investimenti pubblici e la spesa per ricerca venisse tagliata. Collegato deve nascere un organismo di politica finanziaria che segnali quando un Paese deve indebitarsi di più o il surplus supera il limite perché la domanda è insufficiente, e poi vigili sulle politiche finanziarie. Se fossero esistiti questi istituti si sarebbe evitato che le riforme procedessero con ritmi diseguali in Germania, Francia e Italia. Si poteva fare un aggiustamento organico, che non poteva essere monetario visti i cambi fissi, e almeno tentare un management della domanda europeo ».
Quale deve essere l’atteggiamento verso la Grecia?
«Proprio perché il Qe è un momento decisivo di integrazione, non mi sembra giusto verso il popolo greco lasciare fuori il Paese per le colpe di precedenti governi. Si devono trovare gli accorgimenti tecnici e politici per evitarlo».
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