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Quantitative easing al debutto tra incognite e voglia di ripresa

Marzo coincide con l’avvio del quantitative easing. Un appuntamento con effetti in parte già scontati, almeno dai mercati finanziari. Così oggi il vero dilemma è se, alla fine, l’acquisto di titoli di stato dell’Eurozona da parte della Bce sarà in grado di assicurare ricadute importanti anche per le famiglie e le imprese, dopo la lunga stagione della crisi.

 

Oltre mille miliardi di liquidità. L’istituto di Francoforte guidato da Mario Draghi si avvia a iniettare nel sistema 60 miliardi di euro al mese, fino al settembre 2016, per un ammontare di 1.100 miliardi. Con la possibilità di proseguire su questa strada per raggiungere il target d’inflazione, fissato su un livello «prossimo al 2%». Oggi si è molto distanti dal livello target del caro-vita, anzi l’economia dell’Eurozona è in deflazione (anche se a febbraio è arrivato un segnale di risveglio dei prezzi, per quanto limitato allo 0,2%), una situazione che può rivelarsi una trappola infernale perché porta a ridurre ulteriormente consumi e investimenti, creando nuovi buchi nei conti pubblici. L’immissione di denaro in circolazione promette di ridurre il valore della moneta e, di conseguenza, a far crescere i prezzi (perché il denaro con cui si fanno gli acquisti vale meno). L’euro ha cominciato a indebolirsi sin dalla scorsa primavera, quando si è iniziato a ipotizzare il quantitative easing, di circa il 15% rispetto al dollaro e della metà nella media delle altre valute. Una situazione che restituisce competitività ai prodotti europei impegnati nella concorrenza internazionale (l’export vale il 30% del pil italiano), spinge gli arrivi turistici extraUe e favorisce l’inflazione (molti prodotti, a cominciare dalle materie prime, sono denominati in dollari).

 

Tassi più bassi per tutti. L’aspettativa del quantitative easing ha già prodotto benefici sul fronte dei tassi e degli spread, che sono scesi sensibilmente negli ultimi mesi. Questo sia per i titoli di stato, cosa che permette alle nuove emissioni di essere collocate a un tasso inferiore, con risparmi che possono essere dirottati su misure in favore della crescita. Sia per le aziende, che possono collocare i bond sui mercati a condizioni migliori, con benefici per i bilanci. Oltre che per i mutuatari: chi accende oggi un finanziamento per l’acquisto della casa può spuntare il 2% per il tasso variabile e all’incirca il 3% per il fisso con scadenza ventennale. Mentre, chi ha acceso un mutuo quando le condizioni erano più salate, può rinegoziare oppure optare per la surroga.

Respirano i bilanci delle banche, più spazio per gli investimenti azionari. La maggior parte dei titoli di stato dell’Eurozona è oggi in pancia agli istituti di credito, che potranno quindi venderli all’Eurotower ottenendo benefici su due fronti: un’immediata plusvalenza sui titoli acquistati quando gli spread erano più elevati e nuova liquidità a disposizione. «Con gli acquisti della Bce diventa meno conveniente detenere somme di denaro in strumenti liquidi come i titoli di stato o in depositi bancari», spiega Stefano Salvadeo, amministratore delegato di Grant Thornton Advisory. «Questo fattore, unitamente alla maggior quantità di moneta in circolazione, comporta un cambio nelle preferenze del pubblico, che sarà più orientato a investire in strumenti caratterizzati da maggior rischio, in primis le azioni». Quanto alle imprese, oltre a un più agevole accesso al mercato dei capitali, potranno beneficiare della maggiore disponibilità di capitali per «aumentare il livello di produzione e di investimenti, con un ritorno positivo per l’economia del paese in termini di occupazione e crescita», aggiunge Salvadeo.

Vi sono però differenze sostanziali tra gli Stati Uniti (dove il Qe è stato implementato con successo) e l’Europa, causate principalmente dal livello di integrazione tra stati membri (che in Europa non possono contare su politiche economiche e monetarie unitarie), dalla minore dimensione dei mercati finanziari e dalle restrizioni imposte dal trattato di Maastricht. «Così gli effetti che il quantitative easing avrà sull’economia reale europea restano un’incognita», avverte il manager di Grant Thornton Advisory. Per incrementare le possibilità di successo dell’iniziativa è necessario che «tutti gli attori coinvolti, in primis gli istituti di credito, trasmettano gli effetti sull’economia reale tramite un incremento delle erogazioni di credito. Dall’altro lato le imprese devono “rischiare”, affacciandosi sul mercato dei capitali e investendo in nuove tecnologie, ricerca e innovazione», conclude.

Secondo Francesco Citta, ufficio studi di Copernico sim, «dal momento che storicamente i movimenti dei mercati finanziari tendono a ripercuotersi con un certo ritardo sull’economia reale, è probabile che quest’ultima debba ancora incorporare interamente questo nuovo positivo contesto e quindi nei prossimi mesi dovremmo assistere a un generale miglioramento degli indicatori di crescita e fiducia». L’esperto ricorda che il sistema economico del Vecchio continente è «fortemente esposta al finanziamento bancario, che a sua volta è influenzato dai tassi di interesse del mercato obbligazionario: una compressione di questi ultimi dovrebbe quindi tradursi in minori oneri di finanziamento per le imprese». Insomma, c’è spazio per attendersi un miglioramento della situazione, anche se l’entità resta un’incognita.

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