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Quanti rischi per il made in Italy. Così la “border tax” Usa minaccia 40 miliardi di export

È come mollare un ceffone al fratellino piccolo, perché quello grande capisca l’antifona. Lo scooter Vespa e l’acqua San Pellegrino rischiano di fare le spese di un conflitto molto più grosso. La minaccia – per ora potenziale – dei superdazi Usa contro due icone del “made in Italy”, è un avviso di tempesta. Se arriverà, l’uragano farà ben altri danni, più estesi e profondi. Tra le aziende più grosse della Piaggio, c’è il consorzio Airbus che ha da temere il protezionismo di Donald Trump. Fra le nazioni con cui l’America trumpiana finirà in rotta di collisione, il posto d’onore spetta alla Germania che continua imperterrita ad accumulare avanzi commerciali record. Per ora siamo ai segnali premonitori. Scelti con cura, però. Vespa e San Pellegrino, nella lista nera dei candidati alla tassa protezionista del 100%, non sono prodotti tipici nella spesa del metalmeccanico di Detroit che ha votato Trump. Quelli bevono birra Budweiser e girano in Suv o in Harley Davidson. Lo stile italiano ha conquistato il modello di vita e di consumi delle élite liberal, progressiste, la Vespa si arrampica sulle colline di San Francisco, la San Pellegrino invade tutti i ristoranti newyorchesi. Gente che ha votato Hillary… Il danno è contenuto in modo da rimanere dentro i limiti concessi dal Wto (che autorizza gli Usa a infliggere ritorsioni fino a 100 milioni per la storia della carne agli ormoni), l’effetto immagine è garantito. E per il made in Italy l’allarme è reale: nessuno può considerarsi al riparo. La torta complessiva, se le cose dovessero mettersi male davvero? Circa quaranta miliardi di export annuo.
Restando al contenzioso Italia- Usa, il tramonto del Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) forse un giorno sarà considerato come un’occasione perduta. Quel trattato doveva affrontare – almeno nelle intenzioni di Carlo Calenda quando ne seguiva i negoziati – il flagello del cosiddetto “Italian Sounding”. Sono prodotti dai nomi che “suonano italiani”, e fanno concorrenza sleale agli originali. Esempio classico il “parmesan” che si vende a metà prezzo del nostro parmigiano reggiano, prodotto d’infima qualità che qualsiasi azienda casearia dell’Iowa o del New Jersey, della California o del Wisconsin, può distribuire nei supermercati. L’industria agroalimentare italiana è vittima di queste pratiche scorrette ma legali perché troppi prodotti tipici della nostra enogastronomia hanno marchi poco protetti (i francesi sono stati quasi sempre più aggressivi in questo campo).
Ma se il Ttip non si farà, la causa non è solo la vittoria di Trump. Sarebbe inesatto e perfino disonesto dimenticare che i venti anti- global hanno cominciato a soffiare molto prima. E anche sul Vecchio continente. Un esempio è proprio la contestazione di massa contro il Ttip. Quel trattato fu osteggiato da ampie fasce dell’opinione pubblica europea, con manifestazioni di massa (150.000 persone in piazza a Berlino) a cominciare proprio dalla Germania.
Oltre alle critiche tradizionali – i trattati come strumento di tutela delle multinazionali – era sempre più diffusa la convinzione che le normative Usa fossero molto più arretrate in tema di tutela della salute e dell’ambiente. Esempio tipico, la crociata europea contro gli organismi geneticamente modificati (Ogm). La voglia di erigere barriere, di restaurare una sovranità economica nazionale, era nell’aria prima ancora che il ciclone The Donald sconvolgesse l’elezione presidenziale del 2016.
Ora certo con Trump alla Casa Bianca tutto si complica. Perché è l’America, per mezzo secolo paladina della libertà di scambi, a prendere l’iniziativa di smantellare quel sistema che lei stessa aveva costruito. Oltre alla tradizionale animosità verso il mercantilismo tedesco (già denunciato da Obama); oltre ai mega- contenziosi contro Airbus, la vicenda che va seguita con molta attenzione è quella della “border tax” o tassa di confine. Con il pretesto della grande riforma fiscale l’Amministrazione Trump sogna d’introdurre qualcosa che assomigli all’Iva europea, ma con un chiaro intento discriminatorio- punitivo verso le importazioni. È materia sulla quale dovrà lavorare il Congresso, il presidente da solo non ha poteri fiscali. Trump peraltro deve superare una “curva di apprendimento”, partendo da livelli d’incompetenza abissali. Nel suo primo summit con la Merkel alla Casa Bianca lui ha tentato di dividere gli interlocutori europei proponendo trattative Usa-Germania sul commercio e si è sentito rispondere pacatamente: «Nel commercio estero il rapporto bilaterale è Usa-Ue».
Ma il trend verso il protezionismo si rafforza da anni in ogni parte del mondo. La Cina ha una leadership molto più nazionalista oggi di un decennio fa. “Che cos’è successo al libero scambio?”. Questo è il titolo allarmato di un’inchiesta del Wall Street Journal. Che parte da una constatazione fattuale. Il commercio mondiale non si è più ripreso dallo shock della grande crisi del 2008. È da allora che ha smesso di essere un motore di crescita. Non diamo tutta la colpa a Trump, la globalizzazione si era inceppata molto prima, anche se non tutti se n’erano accorti.

Federico Rampini

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