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Quant’è complicato il lavoro di banchiere centrale

Ignazio Visco è un napoletano sorridente e severo. Concede poco alle apparenze. Dunque, tratta l’economia e la politica come il contesto, certo fondamentale, del suo testo. Che è quello del banchiere centrale, non del premier ombra. Perciò nelle sue considerazioni finali del 31 maggio si è occupato di politica monetaria, che la Banca d’Italia concorre a determinare nell’Eurosistema, e di regolazione e vigilanza.
Analisi complessa
Va detto che è stato capito poco. Forse perché spendere i detti memorabili del governatore di turno sul mercato della politica è più facile che analizzare l’azione delle banche centrali nell’esercizio delle loro funzioni. Ne deriva un paradosso: mentre si esaltavano le prediche ai governi, si trascuravano i limiti della regolazione e della vigilanza, specialmente se di ispirazione anglosassone, che hanno fortemente contribuito a generare la Grande Crisi.
Visco ha per orizzonte l’interesse nazionale in proiezione europea. Perciò richiede alla Banca centrale europea (Bce) e all’intero Eurosistema di concorrere a orientare i mercati a favore dei Paesi che si incamminano sulla strada del risanamento. L’Italia è fra questi. Orientare i mercati non è una frase da nulla. Presuppone una politica attiva. Come il prestito di mille miliardi fatto dalla Bce, che ha salvato il debito pubblico italiano e spagnolo per via indiretta, ma fatalmente non risolutiva perché la politica monetaria non può esaurire la politica economica. Resta che quell’«orientare» è un calcio negli stinchi dei mercatisti anglicizzanti di cui pullulano il Financial Stability Board e le stesse istituzioni europee. Vedremo se su questo il governo Monti procederà di conserva.
Sulla vigilanza e la regolazione è passata via, come se fosse retorica europeista, la critica alle tendenze a rinazionalizzare i sistemi finanziari. Eppure, la materia scotta. Qui non si paventano nuove Iri, ma il sequestro della liquidità da parte della Germania e altri. Nel giorno stesso delle considerazioni finali, il Wall Street Journal dava notizia del feroce contrasto, risolto sul filo di lana, tra la Banca d’Italia e la BaFin, l’autorità di vigilanza tedesca, sul diritto del gruppo Unicredit di utilizzare la liquidità che, per il suo modello organizzativo, concentra nella sua banca tedesca, la Hvb. La BaFin ha cercato di impedirne l’utilizzo facendo riferimento a una legge tedesca che, secondo la banca centrale italiana, sarebbe illegittima sul piano del diritto comunitario. Rimane senza piena risposta, invece, la richiesta di informazioni su Deutsche Bank avanzata da Roma. La liquidità per le banche è tutto. Questi contrasti possono avere effetti letali. Visco vi ha fatto cenno senza nominarli in chiaro. Fosse stato più esplicito, non avrebbe aiutato a risolvere il problema. Ma queste sono le partite vere.
Rischi all’attivo
Così come verissima è la partita sulla ponderazione dei rischi contenuti nell’attivo delle banche. Si parla tanto dei mezzi patrimoniali delle banche. Ma la patrimonializzazione non è una cifra assoluta. È il rapporto tra il capitale sociale e le riserve (che in Italia si contano in modi assai più rigorosi che altrove) e il totale degli attivi espresso non in cifra assoluta, ma ponderato in base alla diverse rischiosità delle diverse classi di attivi. È una questione delicatissima, che il Corriere pone da tempo. La Banca d’Italia se ne sta riservatamente occupando da 18 mesi. L’anno scorso Mario Draghi aveva sorvolato. Visco l’ha inserita nel discorso pubblico.
Maggiore trasparenza
Deutsche Bank, la principale fabbrica europea di prodotti finanziari di livello 3 (tra i quali si trovano quelli più tossici), ha un attivo ponderato per il rischio pari al 24% dell’attivo reale, mentre le prime 5 banche italiane, ha avvertito Visco, sono ancora sopra il 50%, nonostante l’adozione dei modelli di autovalutazione dei rischi come consente la normativa. Questa differenza ha due significati: a) nel convalidare i modelli, la Banca d’Italia è più prudente delle consorelle, a partire dalla tedesca, e dunque i bilanci italiani sono più trasparenti, quanto al rischio di perdite future, di quelli dei censori del Belpaese; b) la prudenza della Vigilanza italiana fa sembrare basso il capitale in relazione agli attivi ponderati e genera la necessità di ricapitalizzazioni onerose che altrove gli imprudenti non fanno nella stessa misura.
Visco dice che è necessario portare a compimento in tempi rapidi la peer review, ovvero la comparazione tra i diversi criteri delle diverse banche dei diversi Paesi ai fini dell’armonizzazione. Questione tecnica? Mica tanto. Da qui passa il conflitto tra attività bancarie commerciali, dove il rischio è connesso all’andamento dell’economia reale, e attività d’investimento finanziario, dove il rischio è in sostanza fine a sé stesso. Dietro ci sono modelli diversi di società. Il contrasto con la Germania, in questo tributaria della cultura anglosassone, sarà duro.

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