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Quando Mps speculava sull’Italia

«I BoT italiani non sono come i titoli greci: deve essere chiaro, altrimenti facciamo il gioco della speculazione». Quando nel 2011 l’allora presidente dell’Abi Giuseppe Mussari pronunciava queste parole, e giustamente incitava gli italiani a «non fare il gioco» degli speculatori internazionali, forse pensava ai suoi trascorsi senesi. Perché la speculazione sull’Italia la faceva da tempo anche il Monte dei Paschi. A favore dell’Italia, certo. Come tutte le banche italiane, ben inteso. Ma pur sempre di speculazione si trattava. È questo infatti il succo della terza operazione finanziaria made in Siena, dopo Alexandria e Santorini, “chiacchierata” di questi giorni: Nota Italia. Una speculazione che, come le altre (si veda il Sole 24 Ore di ieri), alla fine ha lasciato solo ferite a Rocca Salimbeni. Ecco la sua storia.
Nota stonata
Nota Italia è una complessa operazione finanziaria, realizzata nel 2006 da Mps con JP Morgan, che puntava a procurare guadagni alla banca senese vendendo – in maniera sintetica – credit default swap (Cds) trentennali sull’Italia. I Cds sono strumenti derivati che servono per assicurarsi contro il rischio di fallimento di qualunque azienda o Stato, in questo caso della Repubblica italiana. Vendere Cds, dunque, significa vendere una polizza che produrrebbe un risarcimento a chi la compra nel caso in cui l’Italia dovesse fallire. A quei tempi, ovviamente, nessuno pensava affatto che la Penisola potesse andare gambe all’aria: infatti i Cds decennali quotavano nel 2006 tra i 19 e i 26 punti base.
Significa che per assicurare un milione di euro di BTp, bastava pagare 1.900-2.600 euro. Pochissimo. Il “premio” assicurativo incassato da chi vendeva a quei tempi Cds sull’Italia era dunque bassissimo. Ma Mps (in realtà tante banche italiane hanno fatto operazioni simili) si accontentava: perché a quei tempi tutti gli strumenti finanziari rendevano poco e una manciata di punti base era tutto grasso che colava. Probabilmente per questo motivo la banca senese decide di fare l’operazione.
C’era solo un piccolo problema. Realizzarla in maniera lineare, vendendo Cds a JP Morgan, era impossibile: anche a quei tempi, infatti, nessuna banca d’affari internazionale avrebbe mai comprato un Cds direttamente da una banca italiana. Perché nella pur remota ipotesi che l’Italia fosse fallita, anche le banche italiane sarebbero fallite, per cui la loro capacità di rimborsare la polizza sarebbe stata teoricamente nulla. Nasce per questo Nota Italia: una complessa struttura finanziaria, che permette di realizzare sinteticamente ciò che nella realtà non era possibile.
Nota Italia è un titolo strutturato emesso da una società-veicolo irlandese, Corsair Finance costruita da JP Morgan, e comprato da Mps. L’intera operazione aveva dei titoli iper-sicuri sottostanti (con rating Tripla A), in modo da garantire a JP Morgan che anche in caso del default combinato di Italia e Mps, il risarcimento derivante dalla polizza sarebbe arrivato comunque. La struttura era dunque complessa, ma l’obiettivo era semplice: fare in modo che JP Morgan comprasse sinteticamente i Cds sull’Italia (cioè le polizze sul default della Repubblica) e che Mps incassasse i “premi” assicurativi.
La musica cambia
Il problema è che Mps, proprio a causa della struttura complessa, incassava ben poco da questa operazione. Avrebbe guadagnato di più comprando un banale BTp. Ma il vero problema è un altro: che quando inizia la crisi finanziaria, e il Cds dell’Italia s’impenna (fino a toccare 566 punti base a novembre 2011), Mps inizia a perdere soldi. La fine di questa operazione è nota, ed è scritta nel comunicato stampa di Mps di due giorni fa: «La banca comunica di aver recentemente ristrutturato tale investimento mediante l’eliminazione della sua componente derivativa legata al rischio sovrano Italia e che, a seguito della chiusura del derivato, la rimanente parte dell’investimento iniziale rimane correttamente classificata tra i Loans and Receivables».
Tutto finito, dunque. Restano i dolori. E tanti interrogativi. Perché creare tutto questo castello di operazioni finanziarie, che ovviamente lasciava un po’ di utili a JP Morgan? Nel suo track record Mps non si è fatta mancare nulla delle più aggressive strutture finanziarie: dai Cdo al quadrato alle credit linked note, dai collar ai Cds. Alcune speculazioni sono andate bene, altre (come Santorini o Alexandria) male. Malissimo. Ma anche se si fossero concluse con lauti guadagni, facendo tutti felici, resterebbe una domanda: ma cosa c’entra questo con l’erogazione del credito? Con l’attività che una banca attenta al territorio dovrebbe svolgere?

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