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Quando il lobbista è un tecnico

L’avvocato e il lobbista svolgono due professioni diverse, ma hanno una caratteristica comune: la volontà di difendere il proprio assistito.

Un’attitudine che può essere declinata in diversi modi e che molto spesso porta i primi a fare anche il mestiere dei secondi, senza però esplicitarlo ufficialmente.

Ormai da anni, lavorando come operatore del settore, Fabio Bistoncini, fondatore della FB & Associati, ha notato che gli studi legali offrono anche un tipo di consulenza più da relazioni istituzionali che strettamente giuridica.

Una cosa però che «non ci sorprende più di tanto», dice Bistoncini. «Non è una grande novità, molti studi legali fanno ma non ne vogliono parlare perché ritengono che per loro sia un valore aggiunto vendersi come avvocati e come grandi studi legali, per poi al tempo stesso proporsi sul mercato offrendo ai clienti anche altri servizi che vanno al di là di quelli di uno studio legale in senso stretto». La differenza secondo Bistoncini è che rispetto a un lobbista full time, un avvocato ha tendenzialmente una conoscenza e una sensibilità politica inferiore.

In genere, gli avvocati «sono attratti dalla prospettiva più articolata che il lobbista può (e deve) avere». Questa l’idea di Gabriele Cirieco, lobbista «tradizionale» e fondatore di Strategic Advise che spiega come si tratti di una prospettiva che comprende più attori, che coinvolge i media e la politica ed entra nelle più ampie dinamiche sociali ed economiche.

Detto questo, secondo Cirieco «per gli avvocati come per ogni altra categoria professionale, valgono soprattutto le qualità umane. E nel lavoro del lobbista le qualità umane sono centrali, in quanto rappresentano un coefficiente che può moltiplicare o ridurre le potenzialità fornite dalle conoscenze tecniche puntuali. Dunque non è l’avvocato ad avere punti in più o in meno per fare il lobbista, ma è l’uomo che può essere più o meno naturalmente predisposto alla nostra professione».

C’è però un avvocato che dopo quasi dieci anni di carriera legale nel settore dell’Antitrust ha deciso di cambiare mestiere e diventare un lobbista «full time». Dopo aver lavorato da Bonelli Erede Pappalardo, Francesco Russo è diventato infatti socio di Comin & Partner, la nuova società di comunicazione e relazioni esterne di Gianluca Comin, dove si occupa di pubblic affair. L’idea di Francesco Russo è quella di creare assieme agli altri soci una practice di relazioni istituzionali e regolatorie che, sulla scorta di esperienze molto consolidate nel mondo anglosassone ma quasi del tutto assenti in Italia, si basi su una profonda conoscenza dei mercati, delle dinamiche competitive che li regolano, della normativa di riferimento e dei processi decisionali delle istituzioni che li governano. Russo punta molto sulla sua esperienza accumulata negli anni di avvocatura antitrust e dell’Ue che lo pone in una posizione privilegiata per poter sviluppare questa practice.

Sembra infatti che le imprese, multinazionali e non, apprezzino in misura crescente una attività di lobbying basata non solo su una rete di relazioni, ma anche su una profonda conoscenza del business e su competenze legali.

«Ho deciso di cambiare lavoro», spiega Russo, «perché credo nell’innovazione e nello sperimentare nuovi modi di lavorare, percorrendo strade nuove. Ho pensato di provare a portare in Italia un’idea anglosassone che qui non è ancora del tutto esplorata». Fra i settori in cui è più richiesto un lobbista che abbia anche competenze legali ci sono soprattutto quelli regolati, quindi energia, telecomunicazioni, industria farmaceutica, prodotti sottoposti a disciplina speciale (alcolici, tabacco, settore militare) e tutto quello che ha a che fare con il diritto antitrust.

La loro conoscenza è sempre più necessaria nello sviluppo dei processi e nel funzionamento dei mercati e delle scelte del decisore pubblico. Competenze specialistiche di questo tipo, se messe a servizio delle imprese non soltanto dal punto di vista strettamente legale (ad esempio del contezioso e della pareristica legale) ma anche da quello delle relazioni istituzionali, possono offrire una marcia in più all’avvocato-lobbista di turno.

«Penso che la capacità di leggere con un occhio tecnico la normativa vigente e quella in discussione sia un valore aggiunto e valga un po’ in tutti i campi», commenta Russo. La sua però è un’esperienza abbastanza rara, molti sono infatti i legali che svolgono anche l’attività di lobbista ma non lo dichiarano apertamente.

«Perché lobbista è una brutta parola in Italia, se ne parla sempre con grande sospetto come se si trattasse di faccendieri. Questa assimilazione fra due figure completamente diverse è una cosa contro cui vogliamo fortemente lottare», dichiara Russo, spiegando che questo collegamento esiste per due ragioni.

La prima legata ad alcune brutte esperienze che in passato che hanno segnato l’immaginario collettivo. La seconda al fatto che non si riesca a riconoscere serenamente che esistono interessi legittimi che vanno rappresentati in tutte le sedi e in maniera corretta, trasparente ed identificabile. Cosa che a Bruxelles – non quindi dall’altra parte del mondo – è assolutamente riconosciuto. «In Italia ancora non abbastanza, anche perché fino ad ora nessuna forza politica ha deciso di investire in una riforma della disciplina sulle rappresentanze di interessi che imponga precisi obblighi di trasparenza a tutte le parti in causa. Mi pare tuttavia che questo esecutivo sia sulla buona strada per intervenire sulla materia», sottolinea Russo.

Secondo Gabriele Cirieco, in Italia, «proprio per la diffusa ipocrisia classica del ‘si fa ma non si dice’ nessuno ama dire che si serve di lobbisti in pubblico, salvo vantarsene in privato. Forse questo pesa, nella decisione degli avvocati sul come ‘autoqualificarsi’. Lentamente tutto ciò sta cambiando, man mano che la professione sarà riconosciuta, credo che anche i ‘rispettabili avvocati’ saranno disposti a dirsi ‘lobbisti sporchi e cattivi’».

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