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Puntare alle clausole nei contratti

Puntare su altri metodi per incentivare la mediazione. Inserendo apposite clausole contrattuali e diffondendo ancora di più la cultura della giustizia alternativa sul territorio. Questi gli scenari che intravedono gli ordini professionali alla luce della sentenza della Corte costituzionale, che avrà un impatto decisivo sullo strumento.

Dall’ultimo rapporto del ministero della giustizia, infatti, emerge che ben il 77,2% delle mediazioni dal 21 marzo 2011 al 31 marzo 2012 sono state tentate perché obbligatorie in quanto condizione di procedibilità, mentre solo il 19,7% è di natura volontaria. Le conciliazioni obbligatorie in quanto previste da clausola contrattuale, invece, rappresentano solo lo 0,5%, a testimonianza del fatto che lo strumento evocato dagli ordini è ancora tutto da mettere in atto. Ma vediamo nel dettaglio le reazioni delle professioni che più hanno investito nella mediazione obbligatoria.

Commercialisti e consulenti del lavoro. Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha investito più di tutti gli altri ordini nella mediazione obbligatoria, fin dalla sua entrata in vigore. Secondo Felice Ruscetta, presidente di Adr commercialisti, la sentenza della Consulta «è un bel colpo perché la maggior parte delle mediazioni che ci sono state deriva proprio dall’obbligatorietà. Penso ai tanti investimenti in soldi e strutture effettuati da noi commercialisti, ma anche dai privati. Ora dobbiamo rivedere le nostre previsioni e sono certo che tanti organismi privati chiuderanno». «Detto ciò», continua Ruscetta, «aspettiamo di vedere le motivazioni della Consulta e ne trarremo le giuste conclusioni, ma come commercialisti posso affermare che continueremo a credere in questo strumento, magari aggiustando il tiro e puntando su altri metodi. Già inserendo clausole di mediazione negli statuti e nei contratti tornerebbe galla una sorta di obbligo di ricorrere alla mediazione». L’organismo di conciliazione dei consulenti del lavoro, che fa capo al Centro studi del Consiglio nazionale, è stato invece registrato dal ministero della giustizia giusto un mese fa. «A nostro avviso la sentenza non incide sulla bontà dello strumento», afferma il responsabile, Alfio Catalano, «e con una maggiore cultura della prevenzione della lite e del ricorso alla mediazione civile il sistema può andare avanti, anche se chiaramente con maggiori difficoltà. Bisogna ora andare sul territorio a promuovere la mediazione e l’inserimento di apposite clausole contrattuali da parte dei professionisti».

Le camere civili. L’Unione nazionale delle camere civili, che lo scorso anno ha proposto ricorso al Tar Lazio (in parallelo con quello proposto dall’Oua), esprime invece la propria soddisfazione per la sentenza emessa dalla Corte costituzionale, che ha accolto i rilievi sollevati. «Si tratta di un’importante vittoria non tanto per l’Uncc e neppure per l’Avvocatura», afferma l’Unione in una nota, «quanto per i cittadini, i quali erano costretti dall’iniqua legge della mediazione obbligatoria ad esperire, anche contro la loro volontà, tale procedura, sostenendo costi spesso anche non indifferenti e rallentando ulteriormente la possibilità di tutelare i loro diritti avanti all’autorità giudiziaria».

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