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Punite le società in rosso

di Antonio Criscione e Luca Gaiani

Stretta sulle società di comodo, ma anche per tutte le società in perdita. Anzi, potrebbero essere "degradate" a società di comodo anche quelle società in realtà operative che si trovassero costantemente in perdita. L'ipotesi circolata ieri è che tre anni di conti in rosso di seguito farebbero classificare la società operativa come società di comodo. Occorrerà evidentemente vedere come oggi – se sarà confermata – il Consiglio dei ministri declinerà questa norma, che però, se non articolata in modo corretto, potrebbe dare luogo a esiti paradossali.

Un'altra idea che circola è quella di limitare la deduzione dei beni intestati alle società e che vengono utilizzati, invece, da altri soggetti, che poi ne siano gli effettivi beneficiari. Un intervento reso necessario dal fatto, più volte segnalato, che spesso i beni di lusso utilizzati dalle persone fisiche sono intestati in realtà a società e spesso di comodo.

Un concetto importante relativamente alle società di comodo e che può chiarire il perché del declassamento a società non operativa di quelle in perdita è rappresentato dal «reddito minimo presunto». In base alle norme vigenti, infatti, le società commerciali di persone o di capitali (escluse soltanto le società semplici che non svolgono attività di impresa) si considerano non operative quando realizzano proventi effettivi inferiori a quelli calcolati applicando determinate percentuali ai valori delle attività possedute.

Chi non supera la soglia, deve comunque pagare le imposte su un reddito minimo, ancorché il bilancio chiuda in perdita, salvo l'ottenimento di un provvedimento disapplicativo dall'agenzia delle Entrate.

Le regole in materia di tassazione delle società di comodo sono già oggi particolarmente stringenti. Il calcolo dei ricavi presunti, superando i quali si esce dal regime, avviene sulla base di percentuali assai elevate (a seguito della revisione attuata nel 2006), che sono dunque in grado di stanare e colpire adeguatamente tutte le strutture create solo per l'intestazione di beni da mantenere a disposizione dei soci o di loro familiari.

Una volta calcolati i ricavi presunti, e confrontati, nella media dell'ultimo triennio, con quelli effettivamente contabilizzati, si passa, se la società non supera la soglia, alla determinazione del reddito minimo, che avviene sempre applicando determinati coefficienti (inferiori a quelli dei ricavi, dovendosi tenere conto anche dei presunti costi) al valore dei beni posseduti: partecipazioni, immobili, imbarcazioni e altri beni materiali e immateriali. Su questo reddito stimato la società deve corrispondere Ires e Irap anche se, in termini contabili, l'utile risulta inferiore o se si è conseguita una perdita.

Con percentuali analoghe vengono colpite le società che posseggono imbarcazioni o altri beni tenuti a disposizione, o che comunque non generano ricavi congrui rispetto a quelli stimati dal fisco. Il tutto evidenziando valori e relativi conteggi in un apposito prospetto contenuto nel modello Unico. Se si è di comodo, inoltre, vengono congelati tutti i crediti Iva, che anzi, se la non operatività permane per tre esercizi consecutivi, si azzerano.

Per evitare facili aggiramenti della norma, la manovra Visco del 2006 (il Dl 223) ha stabilito che la disapplicazione delle regole del reddito minimo richiede un'istanza preventiva all'agenzia delle Entrate che deve pronunciarsi entro la data di presentazione della dichiarazione dei redditi (per l'esercizio 2010, questo termine scade alla fine del corrente mese di settembre). L'ok del fisco si ottiene, come si è riscontrato dalle istanze esaminate in questi anni, solo qualora si sia in grado di dimostrare che i beni non sono tenuti a disposizione dei soci e che i proventi conseguiti, pur se inferiori a quelli di legge, sono il frutto di un'ordinaria attività imprenditoriale.

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