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Pubblicità online con partita Iva

Si alleggerisce in partenza la web-tax. Dopo un lungo confronto nella notte, la nuova tassa per le grandi multinazionali della rete è stata riformulata in commissione Bilancio con un emendamento che ha eliminato l’obbligo di partita Iva italiana per le società che effettuano commercio elettronico. Obbligo che resta, come inizialmente disegnato dall’emendamento Fanucci (Pd), per chi acquista spazi pubblicitari online e link sponsorizzati.
Governo e maggioranza fanno dunque un passo indietro. Ma soltanto un mezzo passo. Continuare a dire che della web-tax se ne ne occupa l’Europa «è un errore», ha precisato ieri l’ispiratore della nuova tassa, Francesco Boccia (Pd), spiegando che: «Non è una tassa sul web ma un’imposta per le multinazionali del web che non pagano un euro di imposta pur operando nel nostro Paese e utilizzando i nostri prodotti». Sempre secondo Boccia, le modifiche apportate «consentono ai piccoli imprenditori di non essere presi in ostaggio e comunque rimane l’obbligo di partita Iva per tutti coloro che fanno pubblicità online: credo nell’innovazione ma i colossi del web devono farla non soltanto nel loro Paese, ma anche in Italia».
L’impianto della nuova tassa resta dunque invariato. Come si legge dal testo su cui voterà l’Aula di Montecitorio, il nuovo comma 17-ter prevede che i soggetti passivi che acquistano servizi di pubblicità e link sponsorizzati online anche attraverso centri media e operatori terzi, sono obbligati ad acquistarli da soggetti in possesso di una partita Iva rilasciata dal Fisco italiano.
Soprattutto su questo punto e sulla compatibilità tanto con le regole del mercato e della concorrenza, quanto con il diritto comunitario, si è acceso il confronto all’interno della maggioranza e dello stesso Partito democratico. Lo stesso neo segretario del Pd, Matteo Renzi, dal palco di Milano dell’assemblea del Pd domenica scorsa aveva chiesto al governo Letta di eliminare ogni riferimento alla web-tax e di porre il tema, dopo una riflessione sistematica, nel semestre europeo. E che il dibattito sia aperto (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) lo dimostra anche la replica giunta ieri dall’ingegner Carlo De Benedetti che, intervenendo a Mix 24 di Giovanni Minoli su Radio 24 ha detto: «Renzi sulla web-tax è stato mal consigliato, rinviare il problema e dire “risolviamolo in Europa” sembra un po’ buttare la palla in tribuna». Da Confindustria digitale, Stefano Parisi sottolinea invece che dalla politica sta montando una voglia di tassare l’economia digitale.
La web-tax, inoltre, prevede che per gli spazi pubblicitari online e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca (servizi di search advertising), visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di un sito internet o la fruizione di un servizio online attraverso rete fissa o rete e dispositivi mobili, scatta l’obbligo di acquisto esclusivamente attraverso soggetti (editori, concessionarie pubblicitarie, motori di ricerca o altro operatore pubblicitario), in possesso di partita Iva italiana.
Dopo il passaggio finale in Commissione resta immutata anche l’altra faccia della web-tax: quella che guarda al reddito d’impresa. Le società che raccolgono pubblicità online, nella determinazione del reddito d’impresa per operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato che direttamente o indirettamente le controllano o ne sono controllate, devono utilizzare indicatori di profitto diversi da quelli applicabili ai costi sostenuti per lo svolgimento della propria attività. Per disconoscere questi costi le stesse società potranno interpellare l’agenzia delle Entrate con la procedura del ruling internazionale. Per non lasciare spazio al “nero” è previsto l’obbligo dell’utilizzo del bonifico bancario o postale.

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