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Prysmian. Molti padroni, tante ambizioni. «I debiti non ci fanno paura. Acquistiamo»

«L’acquisto della olandese Draka, due anni dopo, è stato archiviato nel modo migliore. Il gruppo ha superato la grande crisi continuando a generare cassa, l’indebitamento si riduce e ora, se capita l’occasione buona, siamo pronti per un’altra operazione importante». Valerio Battista, amministratore delegato di Prysmian, la ex Pirelli cavi, è alla guida di una delle poche multinazionali italiane, con oltre 7 miliardi di ricavi, una novantina di stabilimenti, oltre 19 mila dipendenti. «Abbiamo diversi dossier che stiamo analizzando — spiega — ma per comprare, come sempre, ci dev’essere il venditore. E non ci sono tante Draka disponibili sul mercato».
Qualcuna però c’è…
«In effetti».
Perché siete tornati cacciatori?
«È una strada obbligata. Il mercato tende a concentrarsi nelle mani di pochi. O si compra oppure finisce che si è comprati. Ma la campagna acquisti su larga scala non è l’unico modo per crescere».
Quali sono le alternative?
«Gli investimenti diretti nelle fabbriche del gruppo oppure acquisizioni di nicchia. Un anno fa abbiamo rilevato il controllo dell’inglese Global marine energy, che possiede una nave specializzata nella installazione di cavi sottomarini. Ci serviva per affiancare quella che già avevamo, la Giulio Verne, la più grande al mondo. Noi oggi siamo presenti in cinque continenti, ma c’è spazio per crescere sia assorbendo concorrenti a livello locale sia in singoli segmenti di attività».
Può fare qualche altro esempio?
«Non siamo in Corea, mentre siamo ben presenti sul mercato cinese. Ci sono poi altre possibilità, ma le operazioni piccole non portano mai vantaggi di sinergie ottenibili come quelle grandi. In più alcuni mercati sono difficili e ricchi di insidie. Nel Far East quando si compra un’azienda non si sa mai esattamente cosa ci si trova dentro. Altri mercati che ci interessano sono il Nord America per i cavi speciali e l’oil&gas ma anche il Mare del Nord, in Europa, sempre per l’oil&gas».
A che punto siete nella integrazione operativa con Draka?
«Prysmian aveva 3.200 dirigenti e impiegati con 52 stabilimenti. La società olandese ne contava 2.600 con 45 fabbriche. L’obiettivo era scendere a 4.800 colletti bianchi. Oggi siamo a 5.100, ma comprese un paio di piccole acquisizioni. Gli stabilimenti chiusi sono sette, tutti in Europa. Sotto questo aspetto siamo a metà strada. Stati Uniti e Far East sono a posto, mentre qualche intervento va ancora fatto in Sud America e, soprattutto, nei Paesi europei. In ogni caso cercheremo di comportarci, come abbiamo fatto in Italia, limitando i problemi sociali e spostando le persone, laddove possibile, con il loro consenso».
Può fare un bilancio dell’operazione?
«Nelle grandi acquisizioni le sinergie di costi servono a compensare le perdite di ricavi determinate dalle sovrapposizioni di mercato. Nel caso di Draka non è andata così, a parte qualche eccezione, perché le due società erano complementari per prodotti e mercati. Il gruppo olandese ha portato in dote presenze importanti come quelle nei cavi per telecomunicazioni e fibre ottiche, nei cavi speciali per l’industria in Nord America e nei cavi per le costruzioni in Nord Europa. Il risultato è che, grazie alle sinergie, l’ebitda, cioè il principale indice di redditività, è passato nel 2012 da 570 a 647 milioni, proprio nell’anno in cui l’intero settore perdeva posizioni a causa della crisi. Nel 2013, invece, a causa in particolare dell’effetto dei cambi e del calo di fatturato di alcuni business , abbiamo registrato una diminuzione del 5 per cento circa, rimanendo però la società più redditiva del nostro settore».
Cosa promette l’anno in corso?
«Il fondo della crisi è stato toccato e, nel complesso, ci aspettiamo una ripresa. In Europa potrebbe esserci una prima fase di rilancio, in Nord America la ripresa è cominciata e dovrebbe proseguire, mentre vediamo ancora qualche difficoltà in Brasile e Far East perché i mercati emergenti continueranno a soffrire ancora per un po’».
Draka è stata assorbita in tempi record…
«L’acquisizione è stata chiusa il 21 febbraio 2011. Poco più di quattro mesi dopo, il 1 luglio, era pronto il nuovo organigramma che chiariva chi tra i dirigenti restava a bordo e chi scendeva. Poi tutto è proseguito con altrettanta rapidità».
Che obiettivi vi eravate dati?
«La priorità era non perdere fatturato e valorizzare le sinergie. Prysmian nel 2011 valeva circa 5 miliardi di ricavi, contro 2,5 miliardi di Draka. Nel 2012 la somma dei ricavi è stata di 7,8 miliardi, nonostante l’impatto negativo della crisi».
E l’indebitamento?
«Il giorno dopo l’acquisto di Draka è salito a 1,4 miliardi, scendendo poi a poco più degli 800 milioni attuali. L’ebitda si è assestato sopra i 600 milioni. Tutto è andato per il meglio perché avevamo studiato a lungo l’operazione».
Per quanto tempo?
«Un paio d’anni, anche se il finale è stato in forte accelerazione».
Come mai?
«La francese Nexans aveva presentato una offerta a 15 euro per azione d’intesa con l’azionista di riferimento della Draka ma scavalcando la società. Un mercoledì sera, pochi giorni dopo, abbiamo rilanciato a 17,50 euro e il lunedì mattina seguente l’operazione è stata annunciata. Poche ore dopo è arrivata una terza offerta, dalla Cina, a 21 euro. Troppo tardi».
Perché i cinesi erano interessati?
«Ritengo che lo fossero soprattutto per il brevetto per i cavi a fibra ottica che era in pancia a Draka, unico in Europa e uno dei tre a livello internazionale. Gli altri sono dell’americana Corning e dei giapponesi».
Dicono che lei potrebbe chiudere in bellezza gli oltre 20 anni di carriera tra Pirelli e Prysmian passando ad altri incarichi. Magari alla guida di una delle grandi società partecipate dal ministero dell’Economia per le quali saranno rinnovati i vertici nelle settimane prossime. Accetterebbe?
«Le nuove sfide professionali vanno sempre guardate con coraggio e interesse. Io comunque sono troppo affezionato alla Prysmian, di cui sono anche azionista (Battista controlla l’1,5 per cento del capitale, ndr ). Proprio nei giorni scorsi ho detto ai miei principali collaboratori che devono rassegnarsi a sopportarmi ancora per un po’».
Non pensa neppure a ritirarsi?
«Prima o poi tutti arriviamo al capolinea. E io non faccio eccezione. Ho 57 anni, una figlia di 26 anni e un figlio di otto mesi. Magari potrei uscire di scena quando il piccolo comincerà ad andare a scuola e io ne avrò 63, 64. Forse, a quel punto, non avrò più tanta voglia di andare in giro per il mondo. Credo che il momento dell’uscita arrivi quando uno percepisce di non avere più forza propulsiva e rischia di essere un freno per la società. Una regola non scritta che vale anche per me».
Quindi continuerà la spola tra la Val d’Arno, dove ha residenza, e Milano, dove Prysmian ha la sede principale?
«Proprio così».

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