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Province, allarme del governo “Senza decreto caos istituzionale”

ROMA — Non solo risparmi sfumati, tra 370 e 535 milioni a regime. Ma anche lievitazione dei costi per Comuni e Regioni, blocco della riorganizzazione periferica dello Stato, Città metropolitane soffocate sul nascere. Insomma, un «caos istituzionale» in piena regola.
Questi i «gravi e pesanti effetti» vagliati dal governo qualora il decreto sul riordino delle Province imboccasse il tunnel dell’insabbiamento
parlamentare.
Chi si occuperebbe della manutenzione di scuole e strade, della gestione dei rifiuti, della tutela idrogeologica e ambientale? E chi subentrerebbe
ai mutui contratti dalle Province con banche e Cassa depositi e prestiti? E poi che fine farebbero il personale, gli immobili, i finanziamenti? A questi interrogativi, infilati in uno studio che il dicastero della Funzione pubblica ha spedito ad alcuni senatori, proverà a rispondere la
commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Dove questa sera i relatori Enzo Bianco (Pd) e Filippo Saltamartini (Pdl) proveranno a sminare il percorso del decreto 188 che riduce le Province delle Regioni ordinarie da 86 a 51, in vista del suo approdo in aula mercoledì prossimo, quando sarà sottoposto alla “pregiudiziale di incostituzionalità” annunciata dal Pdl. Qualora passasse, il decreto sarebbe da riscrivere. In pratica la sua fine, con la legislatura agli sgoccioli.
Resterebbero i nuovi accorpamenti, però. Perché il decreto è solo l’ultimo anello di una catena di provvedimenti (Salva-Italia e Spending review) che di fatto già ridisegnano la mappa di questi enti locali. Bruciarlo ora, porterebbe al “caos istituzionale”, paventato dal ministro Patroni Griffi. Con le Province svuotate di competenze, servizi a rischio da accollare a Comuni e Regioni, e la possibilità che la Corte Costituzionale intervenga (alcune Regioni hanno già impugnato il decreto) per ripristinarle tutte, evaporando mesi e anni di lavoro. «Una follia, demagogia allo stato puro, non convertire il decreto», avverte Bianco. «Mi appello con forza ai colleghi senatori: non permettiamo quattro mesi di caos». «Mercoledì o votiamo turandoci il naso o diciamo di no, perché i difetti del decreto sono talmente grandi che prevalgono sulla sua bontà», risponde Saltamartini. «Ma il Pdl non vuole figurare come capro espiatorio. Valuteremo bene le ricadute politiche».
In realtà un accordo tra i relatori (e con il governo) già esiste. Almeno su alcuni punti. Primo, salvare non 51 ma 55 Province, evitando le fusioni Perugia-Terni, Rieti-Viterbo, Avellino-Benevento, Matera-Potenza. E staccare in due la macro-Provincia toscana (Pisa-Livorno e Lucca-Massa). Secondo, far decadere le giunte non il 1° gennaio 2013, ma il 30 giugno 2014. Terzo, lasciare ai Consigli comunali il potere di scegliere la Provincia capoluogo post-fusione. Quarto, alzare il numero dei consiglieri da 10 a 16-18-20 a seconda degli abitanti. Fermo restando che le Città metropolitane partono dal 2013 e che le Regioni a Statuto speciale hanno sei mesi per adeguarsi. Un accordo dalle ore contate.

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