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Prove di ripartenza, con i saldi «Spesa delle famiglie decisiva»

Parte oggi dalla Sicilia una stagione estiva dei saldi dalle grandi ambizioni: dare un solido contributo al recupero del livello precrisi dei consumi. In realtà il 3 luglio, sabato prossimo, è la data scelta dalla maggioranza delle Regioni, per una volta non in ordine sparso sul calendario. L’anno scorso suscitò qualche polemica la decisione di molte amministrazioni di ritardare l’inizio dei saldi a fine luglio, per evitare ai negozianti penalizzazioni sui margini. Una strada che quest’anno è stata scelta soltanto dalla Puglia, dove si inizierà il 24 luglio, e dalla Basilicata (2 agosto).

Secondo le stime dell’ufficio studi Confcommercio, quest’anno per l’acquisto di capi scontati ogni famiglia spenderà in media 171 euro — pari a 74 euro pro capite — per un valore complessivo di 2,6 miliardi di euro. Nel mondo pre-Covid, quindi nel 2019, si parlava di 3,5 miliardi, 2,1 lo scorso anno. Segno che il recupero c’è, ma resta contrassegnato da una forte gradualità. Confcommercio prevede che solo nel 2023 si ritorni ai livelli di consumi «normali» prima della pandemia. Intanto la crescita del Pil, sostenuta dall’export, corre più veloce dei consumi degli italiani.

«Il Covid ha inferto un duro colpo ai negozi di abbigliamento che hanno subìto la chiusura forzata per decreto per 138 giorni, causa lockdown, perdendo il 35% della loro capacità lavorativa — fa un bilancio il segretario generale di Federmoda Confcommercio Massimo Torti —. L’unico lato positivo è che molti punti vendita hanno accelerato l’utilizzo di forme di e-commerce. Il numero dei negozi che hanno un sito Internet è passato dal 14 al 51%».

Il «rito collettivo» dei saldi è per i punti vendita fisici l’occasione per rifarsi, almeno in parte, rispetto ai big delle vendite online, da Amazon in giù, che hanno guadagnato quote di mercato nell’ultimo anno. Il mondo del commercio con vetrine, banconi e registratori di cassa è grande sostenitore dell’idea di tassare i colossi del web. «Attendiamo dal governo una forte presa di posizione, già nel prossimo incontro dei ministri delle Finanze e governatori delle Banche centrali del G20 a Venezia, per l’introduzione di un’imposta minima globale sui ricavi dei giganti del web nei Paesi in cui operano — incita il presidente di Federmoda Renato Borghi —. È una soluzione fondamentale per riequilibrare i rapporti di forza in un mercato che non può rimanere senza regole».

Tornando ai saldi e alla spinta che possono dare alla ripresa dei consumi, bisogna tenere conto che in media il 34% delle vendite del settore moda è dato da acquirenti esteri presenti in Italia per lavoro o turismo. Quest’anno, complici i minori ingressi nel nostro Paese, questo importante supporto al settore verrà in gran parte a mancare. Non resta quindi che affidarsi al mercato interno e alla voglia degli italiani di rinnovare il guardaroba delle vacanze dopo il risparmio forzato nei periodi di lockdown. Nella consapevolezza che la vera ripartenza dei consumi del settore tessile-abbigliamento e calzature non potrà che avvenire da settembre. Non a caso a monte della filiera l’industria della moda è l’unico macrosettore in cui viene mantenuto il blocco dei licenziamenti.

A valle della filiera, intanto, il mondo del commercio chiede di non essere escluso da alcune agevolazioni che riguardano i produttori industriali in nome di una crisi che ha colpito duramente anche chi ha direttamente a che fare con il consumatore finale. «Chiediamo che il governo estenda ai punti vendita della moda il credito d’imposta del 30% sulle rimanenze dei magazzini al momento previsto per l’industria che sta a monte», auspica il segretario generale di Federmoda Massimo Torti.

Da notare che a contendersi la spesa degli italiani per i saldi saranno i diversi canali del settore abbigliamento. Ai blocchi di partenza centri commerciali e outlet, più duramente colpiti dalla crisi, ma anche i negozi di prossimità che, complice lo smart working, stanno vivendo una nuova positiva stagione. «I piccoli punti vendita rendono più stimolante, sostenibile e reale la relazione sociale tra le persone», dice Renato Borghi. Secondo le stime preliminari Istat, la spesa media mensile delle famiglie italiane nel primo trimestre del 2021 è diminuita del 3,4% rispetto allo stesso trimestre del 2020, per gli effetti persistenti della crisi sanitaria. Ma se si escludono le spese alimentari e per l’abitazione, il calo è stato ben più ampio: meno 7,5%.

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