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Prove di dialogo tra giustizia ed economia

L’economia è veloce, la giustizia è lenta. Al punto che, nonostante i tre gradi di giudizio del processo, per le imprese la partita si gioca tutta in anticipo, nella fase cautelare. E l’impatto economico può essere devastante. Un sequestro preventivo può infatti produrre effetti irreversibili e chiudere la partita ben prima, e al di là, del fischio finale. «Un cattivo intervento equivale a un omesso intervento» dice Paolo Ielo, Pm a Roma, secondo cui quella dicotomia – velocità dell’economia, lentezza della giustizia – «va governata».
È anche in quella dicotomia che cresce il seme del conflitto tra diritto e impresa, che le cronache estive hanno registrato all’indomani dei casi Ilva e Fincantieri. Sebbene, come osserva l’ex ministro della Giustizia Paola Severino, il conflitto sia forse «più apparente che reale» e si sia già trasformato in confronto. Lo auspica Confindustria, con il suo vicepresidente Gaetano Maccaferri, che apre simbolicamente «le porte delle fabbriche» ai magistrati nel segno di una collaborazione, che può rivelarsi feconda ai fini della loro necessaria «specializzazione», considerata ormai anche dalle toghe condizione indefettibile per utilizzare al meglio gli strumenti giuridici esistenti. «La giurisdizione deve misurarsi sempre più con altri mondi e relazionarsi con l’economia e questi temi – assicura il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini – influiranno anche sulle decisioni del Csm in materia di formazione, valutazioni di professionalità, nomine dei direttivi».
Specializzazione, discrezionalità, prevedibilità, sono parole sulle quali ieri si sono ritrovati i partecipanti al seminario organizzato dal Csm, a Palazzo dei Marescialli, e proposto da Area, la corrente più progressista dell’Anm (circostanza sottolineata positivamente da Legnini, che ha auspicato che «le correnti tornino a fare cultura e meno a spartirsi i posti»). A coordinare il dibattito su «I teatri della crisi: le ragioni dell’impresa, le ragioni della giustizia», il direttore del Sole 24 ore Roberto Napoletano. «Quanto e come il diritto si deve far carico della più grande crisi finanziaria che il mondo abbia conosciuto?» è stato il suo fischio di inizio, ricordando che l’Italia ha perso un quarto della produzione e 9 punti di Pil. Nelle tre ore abbondanti di confronto è stata più volte citata la vicenda della Volkswagen: «Se fosse scoppiata in Italia, quali strumenti avremmo avuto?» si è chiesto il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick. «Alla Volswagen non succederà niente perché la Germania non ha un sistema analogo al nostro, contenuto nel decreto 231 del 90, il più severo di tutta l’Europa» ha osservato Severino criticando però l’assenza, nella 231, di un sistema premiale che riequilibri la severità delle sanzioni previste. «Una grande truffa globale sui consumatori, sull’ambiente e sull’economia» dice Legnini del caso scoppiato in Germania, ricordando che «la Procura di Torino ha aperto un’inchiesta e bene ha fatto il Procuratore Pignatone a scrivere una letterina ai ministri».
Sono stati Ielo e il segretario dell’Anm Maurizio Carbone a spiegare l’«invasività» nella vita delle imprese delle misure cautelari, spesso rimproverate ai magistrati proprio per il loro impatto. La giurisprudenza ha reso più stringenti i presupposti per disporle ma è una giurisrudenza non ancora consolidata, anzi divisa. «È necessario un giudice specializzato. Il che non vuol dire guidato dalle ragioni dell’economia ma professionale, che tenga conto dell’invasività di quelle misure – dice Carbone -. È pericoloso il giudice che fa scelte poco oculate ma anche quello che fa scelte burocratiche, e il rischio c’è».
Sulla stessa lunghezza d’onda della «specializzazione», il vicepresidente di Confindustria Maccaferri. «Nell’ambito delle regole stabilite dal legislatore, i magistrati “scelgono”», ha detto, e «per svolgere appieno questo compito diventa essenziale il sapiente uso di quei margini di discrezionalità che una legge ben fatta dovrebbe lasciare al giudice. Ciò a meno di pensare, e non è certo il nostro auspicio, che il legislatore possa continuare a esercitarsi nella produzione di un sistema normativo ipertrofico, che si illuda di regolare a priori tutti i possibili casi del reale». Deve dunque cadere il tabù della discrezionalità del magistrato, «vissuto da sempre con sospetto» osserva Maccaferri. «È necessario un salto culturale».
Le Procure, ha ricordato Pignatone, hanno dimostrato «maggiore attenzione all’esigenza di attivare strumenti diversi per quelle aziende che, pur presentando forme di infiltrazione e di condizionamento mafioso, non ne siano però pregiudicate nella loro sostanziale integrità e siano anche intenzionate a rimuovere i presupposti di quel pericolo di infiltrazione e di condizionamento». Strumenti da affinare per evitare confusioni e sovrapposizioni. L’esigenza di affiancare le misure afflittive con altre che favoriscano la continuità aziendale, in un’ottica pubblicistica e non certo di favore, è stata segnalata da Roberto Garofoli, capo di Gabinetto del ministero dell’Economia. «A 14 anni dalla 231 dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato, se quella logica di prevenzione vada confermata e portata avanti» ha osservato, richiamando fra l’altro la proposta di introdurre misure incentivanti (attenuazione della responsabilità in caso di proficua collaborazione con l’autorità giudiziaria). Il futuro del diritto penale dell’economia, secondo Flick, sta tutto nella prevenzione. «Le imprese, o si danno delle regole adeguate e le rispettano, oppure, prima o poi, quelle regole verranno loro imposte dallo Stato o dal giudice. Il rapporto tra diritto e economia passa da qui».

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