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Prova per testimoni possibile

Poiché il danno non patrimoniale è suscettibile di essere provato tramite presunzioni, tanto più può essere provato tramite testimoni che attestino uno stato di sofferenza psicologica desumibile dal comportamento e dalle parole di un dato soggetto. A stabilirlo è la sesta sezione civile della Corte di cassazione con ordinanza n. 22100 dello scorso 26 settembre.

Inoltre la Suprema corte si è soffermata anche sulla violazione della normativa in tema di privacy limitatamente alla sola comunicazione della appartenenza sindacale del soggetto in causa, oltre che sulla connessa domanda di risarcimento del danno perché non provato.

Circa quest’ultima questione è stato osservato che il legislatore prevede che la trasmissione di dati personali a un altro soggetto pubblico può essere consentita solo quando la legge lo preveda, ma nel caso di specie i dati relativi al ricorrente sono stati trasmessi all’interno della stessa amministrazione pubblica onde il limite predetto non trova applicazione.

È stato dai giudici, poi, osservato che l’art. 15 del dlgs n. 196 del 2003 prevede il riconoscimento del danno non patrimoniale nei confronti di chi viene operata una violazione della normativa prevista dal decreto, e sul punto anche la giurisprudenza ha ripetutamente affermato che il danno non patrimoniale, anche nel caso di lesione di diritti inviolabili, non può mai ritenersi in re ipsa, ma va debitamente allegato e provato da chi lo invoca, anche attraverso il ricorso a presunzioni semplici, (da ultimo ex plurimis Cass. 10527/11), però secondo la Cassazione appare errata l’affermazione secondo cui non sarebbe suscettibile di prova testimoniale uno stato di affezione fisica o psichica.

Il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c., giova in questa sede puntualizzare, è quello determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, composto in categoria unitaria non suscettibile di suddivisione in sottocategorie.

Sembra pertanto opportuno sottolineare, in sintonia con la dottrina prevalente e la giurisprudenza, che il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi previsti dalla legge, i quali si dividono in due gruppi: le ipotesi in cui la risarcibilità è prevista in modo espresso (ad es., nel caso in cui il fatto illecito integri gli estremi di un reato); e quella in cui la risarcibilità del danno in esame, pur non essendo espressamente prevista da una norma di legge ad hoc, deve ammettersi sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., per avere il fatto illecito vulnerato in modo grave un diritto della persona direttamente tutelato dalla Costituzione.

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