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Protezionismo il no dell’Europa

Dalla globalizzazione non si torna indietro, la si gestisce per trarne profitto e superare i disagi che provoca a vaste aree della popolazione. È questa la risposta – forse tardiva – che la Commissione europea darà oggi alla mondializzazione. Un approccio di apertura al mondo in contrapposizione all’isolazionismo dell’America di Trump, ma con contromisure che bilancino le politiche dannose (ad esempio della Cina) grazie a un nuovo «ordine globale» da impostare attraverso le organizzazioni multilaterali (altra sfida a Trump). Il documento sarà approvato in giornata a Bruxelles e porta la firma di due vicepresidenti di Jean-Claude Juncker: il laburista olandese Timmermans e il popolare finlandese Katainen, entrambi tra i possibili successori del lussemburghese alla guida della prossima Commissione Ue, nel 2019. Venticinque pagine di analisi e contromisure parte dei paper che fanno seguito al Libro bianco sul futuro dell’Unione pubblicato a marzo da Bruxelles. «La globalizzazione – recita la premessa – crea opportunità e sfide, speranze e paure. I fatti dimostrano che economia, business e cittadini continuano a beneficiare della mondializzazione, questi benefici però non sono distribuiti in modo equo. Le paure sono reali e fondate. Ma questo processo non può essere fermato. La questione è gestirlo».

Attacco a Trump e ai populisti
Trump o i populisti europei non vengono citati, ma il messaggio politico è chiaro: «La globalizzazione porta a spinte isolazioniste nelle regioni lasciate indietro che vogliono alzare barriere e chiudere i confini. Il protezionismo sta tornando anche in paesi campioni dell’economia globale aperta. Il protezionismo però non protegge, può dare sollievo nel breve periodo ma non a lungo termine». E ancora, «se chiudiamo i confini altri faranno lo stesso e saremo tutti sconfitti. Il protezionismo danneggerebbe le produzioni e aumenterebbe i prezzi per i consumatori. L’export europeo sarebbe meno competitivo con perdita di posti di lavoro. Aumentando del 10% le restrizioni al commercio, l’Europa perderebbe il 4% del reddito. Perderemmo accesso a nuovi servizi, tecnologie e idee. Il protezionismo colpirebbe i più poveri con l’effetto opposto a quello desiderato».

Opportunità
Bruxelles calcola che l’export europeo nel 2016 ha prodotto 1.746 miliardi di reddito e ogni miliardo in più porta 14mila posti di lavoro. «Il commercio globale ha dato forza all’economia europea: la quota mondiale dell’export Ue resta intorno al 15%, non ha risentito dell’espansione cinese e ha consentito ai governi di finanziare il nostro modello sociale e difendere l’ambiente».

Sfide
Ma non tutti sono in grado di adattarsi. «Negli ultimi decenni i paesi con retribuzioni e standard ambientali più bassi hanno battuto i segmenti meno competitivi delle nostre industrie danneggiando intere regioni. Ci sono poi le pratiche commerciali illegali usate da governi terzi come il dumping o la chiusura dei loro mercati mentre esportano nei nostri. Inoltre le multinazionali usano i buchi nelle regole per non pagare le tasse dove producono o vendono». Infine le migrazioni hanno giovato all’economia, ma hanno portato tensioni nelle regioni che non hanno tenuto il passo. Se non gestita la globalizzazione «può ampliare ancora diseguaglianze e polarizzazione sociale in quanto c’è la percezione che i governi non siano più in grado o non vogliano gestirne l’impatto». E per Bruxelles siamo solo agli inizi: robotizzazione e digitalizzazione stravolgeranno ancor più le nostre vite.

Risposta europea
Secondo la Commissione, «per contrastare questa spirale le istituzioni multilaterali e le regole devono permettere ai paesi di recuperare sovranità in un mondo globalizzato. Dobbiamo accompagnare questo processo con politiche domestiche che aumentino competitività e resilienza in Europa». L’Unione deve «parlare con una voce unica perché nel 2050 nessun paese Ue sarà tra le prime 8 economie del pianeta» e costruire nelle sedi multilaterali un nuovo «ordine internazionale » capace di abbinare mercati aperti, diritti e benessere. Primo, investendo nei paesi da cui partono i migranti in modo da frenare i flussi. E poi con una Diplomazia economica che renda la politica estera capace di promuovere le nostre aziende nel mondo. Ancora, una politica doganale che blocchi le merci dei paesi che fanno dumping o dispensano sussidi pubblici. È anche necessario alzare gli standard globali su «diritti umani, condizioni dei lavoratori, sicurezza alimentare, salute pubblica e protezione ambientale». Fondamentale sarà ottenere l’apertura dei mercati, degli investimenti e degli appalti nei paesi chiusi, come la Cina. Risultato da perseguire anche con nuove corti internazionali ad hoc. Così come sarà necessario far pagare le tasse alle multinazionali nei paesi in cui generano profitti. Centrale anche l’applicazione dell’accordo di Parigi sul clima per proteggere l’ambiente e dare opportunità alle nostre industrie. A livello nazionale i governi devono invece puntare tutto sull’istruzione per rispondere ai paesi terzi più dinamici, investire sulle aziende innovative, creare un welfare che ripartisca in modo equo i benefici della globalizzazione e rilanciare le aree (ex industriali o rurali) che ne sono state colpite.

Alberto D’Argenio

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