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Protesta con adesione al 90%

L’astensione della magistratura di pace ha conseguito uno straordinario successo: la partecipazione dei giudici è stata pressoché totale, superiore al 90% e la protesta ha ottenuto la solidarietà della classe forense, in particolare dell’Oua e dell’Anai. Tale vicinanza è per i magistrati di pace motivo di particolare soddisfazione in quanto gli avvocati sono gli operatori del diritto con cui quotidianamente si trovano ad operare.

Siamo stati altresì ricevuti al Consiglio superiore della magistratura dal vicepresidente Vietti, unitamente al presidente dell’Ottava commissione Paolo Auriemma e ai consiglieri Vittorio Borraccetti e Glauco Giostra ai quali abbiamo rappresentato la necessità di assicurare piena autonomia e indipendenza alla magistratura di pace, evidenziando la profonda delusione dei giudici di pace, ormai assoggettati al sistema delle proroghe annuali.

Nel recente incontro avuto con il ministro della giustizia Cancellieri il 29 novembre scorso abbiamo registrato una chiusura rispetto alla richiesta di maggiore continuità delle funzioni, con argomentazioni afferenti a ostacoli di natura ordinamentali che appaiono obiettivamente infondate.

Invece è quell’Europa, spesso invocata dalla nostra classe dirigente per chiedere sacrifici ai nostri concittadini, a imporre il riconoscimento dei diritti fondamentali e delle prerogative indefettibili afferenti alla giurisdizione.

L’attuale status giuridico-economico dei magistrati di pace è in patente contrasto non solo con la Carta costituzionale, ma anche con le normative europee in materia di trattamenti riservati ai giudici onorari. Ma vi è di più, in effetti i magistrati di pace, secondo quanto affermato dalle sezioni unite della Suprema corte già nel 2011, sono in buona sostanza giudici semiprofessionali. Del resto non può in alcun modo parlarsi di dimensione meramente hobbistica con riguardo all’attività dei giudici di pace, ove si pensi che negli ultimi dieci anni essi hanno definito oltre sedici milioni di procedimenti nelle materie civile, penale ed in quella dell’immigrazione, impedendo il definitivo collasso della giustizia nel nostro paese.

Nonostante il preziosissimo contributo apportato, gli impegni di volta in volta assunti dai governi succedutisi sono stati puntualmente e ingiustificatamente disattesi e oggi i giudici di pace non godono ancora di alcuna tutela previdenziale e assistenziale, in caso di maternità, malattia e infortuni sul lavoro, né di ferie retribuite e versano in uno stato di precariato inaccettabile. Ciò è tanto più incomprensibile ove si pensi che nel 2005 per i magistrati tributari (giudici onorari e speciali) e nel 2010 per i magistrati onorari minorili è stata prevista la continuità di esercizio delle funzioni, senza particolari problemi e che per i conciliatori non si è mai posto il tema di un limite di durata.

È risultato evidente in questi anni il manifestarsi di una volontà punitiva. Eppure il Gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali (i cosiddetti Saggi) istituito il 30 marzo dal presidente della repubblica, con riferimento alla giustizia civile, ha proposto una valorizzazione dei giudici di pace, attraverso l’ampliamento delle funzioni, sgravando i magistrati professionali da compiti di giustizia «minore». Probabilmente i Saggi sono partiti dai dati sul funzionamento della giustizia nel nostro paese: i giudizi durano in media otto anni tra il primo grado e il giudizio in Cassazione, mentre secondo la legge Pinto, come recentemente modificata, dovrebbero durarne sei (tre anni per il primo grado, due anni per il secondo grado e un anno per il giudizio di legittimità). La lentezza della giustizia e l’inefficacia dei rimedi adottati sono i motivi principali per cui l’Italia è finita nel gruppo di nove paesi per i quali nel rapporto sul funzionamento della giustizia nei 47 stati membri del Consiglio d’Europa, si evidenziano «gravi» carenze che mettono a repentaglio l’intero sistema di protezione dei diritti umani garantito dalla Corte di Strasburgo e dal Consiglio d’Europa.

Nel rapporto «Doing Business 2012» della Banca mondiale, la nostra giustizia civile si è piazzata agli ultimi posti della classifica. Nel mondo meglio di noi Gambia, Mongolia e Vietnam.

Per l’inefficienza della giustizia l’Italia paga un prezzo altissimo, quantificato dalla Banca d’Italia in un punto annuo di Pil e tale situazione allontana gli investimenti internazionali.

Il giudice di pace è invece un magistrato virtuoso, che ha dimostrato di amministrare la giustizia in modo efficiente. Alcuni dati aiutano a comprendere. Il giudice di pace definisce in media un giudizio in meno di un anno e quindi non contribuisce ad accrescere quei costi che l’Italia sopporta per l’irragionevole durata dei giudizi: 340 milioni annui, che nei prossimi anni rischiano di diventare 500, secondo una previsione del ministero dell’economia. Oltre il 50% del contenzioso civile, il 25% di quello penale e la materia dell’immigrazione sono trattati dal magistrato di pace. In specie i soli processi di cognizione iscritti nel 2011 ammontano a 556.017, a fronte dei 389.390 iscritti nei tribunali.

Con l’introduzione dei giudici di pace i processi di cognizione trattati dai tribunali sono diminuiti del 45% dal 1994 ad oggi, da oltre 700 mila a circa 389 mila.

Le sentenze pronunciate dal giudice semiprofessionale sono appellate nella misura residuale del 5%. Il costo del giudice di pace è di 83 milioni di euro a fronte di un costo complessivo del funzionamento della giustizia di 4,2 miliardi annui (fonte: Commissione europea della giustizia relativi all’anno giudiziario 2008-2009).

L’Associazione nazionale giudici di pace ritiene che sia necessario assicurare autonomia e indipendenza delle funzioni garantendo innanzitutto maggiore continuità, attraverso un sistema meritocratico, con una valutazione quadriennale sulle modalità di esercizio dell’attività giurisdizionale da parte del Csm e dei consigli giudiziari, rimuovendo il limite dei tre mandati quadriennali.

Tale previsione consentirebbe allo stato di non disperdere professionalità formatesi in vent’anni di esercizio di funzioni giurisdizionali e di risparmiare milioni di euro per concorsi e formazione.

Nonostante un quadro complessivo molto negativo, il ministero della giustizia nel recente incontro del 29 novembre ha accolto una «storica» proposta dell’associazione, ovvero l’istituzione di un tavolo tecnico presso il ministero, che possa contribuire a elaborare la riforma della giustizia di pace e a cui siano chiamati a partecipare i magistrati di pace. Solo il nostro spiccato senso di responsabilità, unanimemente riconosciuto, ci ha indotti a chiedere ai nostri iscritti di sospendere l’adesione all’astensione venendo incontro all’apertura del governo. La data di inizio dei lavori sarà con ogni probabilità quella indicata dall’Associazione nazionale giudici di pace. Da istituzione, quale siamo, riteniamo che non si possa sprecare l’occasione di affermare le nostre sacrosante ragioni, conformi alla Carta costituzionale e a tutte le normative europee.

Va da sé che, ove ciò non accadesse, saremmo prontissimi ad assumere ulteriori forti iniziative a difesa dell’autonomia e indipendenza della magistratura, che non costituisce privilegio della persona del giudice, ma una prerogativa dello stato di diritto posta a garanzia del fondamentale principio dell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge.

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