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Prosegue il confronto con gli altri big

La decisione di Facebook di rivoluzionare il suo sistema di pagamento delle imposte, ridimensionando il ricorso ai suoi stratagemmi irlandesi e riportando maggiori entrate e quindi pagando più tasse nei paesi dove opera davvero, è il segno di un cambio del clima tra le multinazionali americane e nelle loro strategie fiscali. Soprattutto tra i leader hi-tech statunitensi, finiti nel mirino per le loro discusse pratiche di business.
Le pressioni dei governi europei a rivedere senza ulteriori indugi la loro struttura si fa sentire, accanto probabilmente alla necessità di fare i conti con previste sparizioni future di sotterfugi e alla spinta a normalizzare relazioni e attività sempre più globali. Facebook è il più grande social network al mondo e d’ora in avanti riporterà localmente le sue revenue pubblicitarie in 25 nazioni, non più “trasferendole” in Irlanda con modalità che erano state denunciate alla stregua di elusione o evasione.
Se la svolta appare drastica, qualche segnale era però già giunto su possibili aperture: nel 2016 la stessa Facebook aveva sposato una simile soluzione “locale” nel Regno Unito e in Australia, evitando proprio il passaggio in Irlanda.
Né Facebook appare la sola a offrire quantomeno spiragli, nonostante le tracce di lunghe battaglie e proteste siano tutt’altro che svanite. Google – l’altro gigante di Internet che domina la raccolta pubblicitaria digitale assieme al social network – vorrebbe a suo dire dimostrare una maggior disponibilità a contribuire agli erari europei. E ha raggiunto di recente un accordo decennale in questo senso, stimato in 130 milioni di sterline, con il fisco della Gran Bretagna.
Amazon, re del commercio elettronico, si è da parte sua dedicato a nuovi sforzi di trasparenza a partire dal 2015, che secondo le previsioni dovrebbero portarlo a versare maggiori imposte nei paesi europei dove dispone delle principali attività.
Nel frattempo Apple, seppur senza entusiasmi, sta versando in un conto speciale in Irlanda 13 miliardi di euro di imposte non versate contestatte dalla Dg Concorrenza dell’Unione europea. Bruxelles aveva concluso che Dublino aveva concesso al gruppo di Cupertino aiuti pubblici illegali grazie a un’aliquota effettiva dell’1 per cento.
I fronti fiscali caldi, tra Stati Uniti e Europa, però non mancano. Se sulle pratiche aziendali affiorano possibili distensioni, sotto i riflettori è oggi anche la grande riforma delle tasse aziendali ideata dall’amministrazione di Donald Trump e che potrebbe scattare nelle prossime settimane. È stata criticata dai ministri di numerosi paesi europei perché, attraverso imposte su transazioni inter-company e possibili sussidi all’export, rischia di danneggiare le aziende internazionali e violare le regole del commercio mondiale. Dalle imposte – una excise tax oppure una base erosion and anti-abuse tax – i legislatori americani si aspettano di incassare tra i 94,5 e i 140 miliardi di dollari in dieci anni.

Marco Valsania

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