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Proroga per i giudici di pace

È stata prevista nella legge di stabilità la proroga per i giudici di pace in scadenza di mandato o già prorogati lo scorso anno, con la seguente formulazione: «_ i giudici di pace il cui mandato scade entro il 31 dicembre 2013 e per i quali non è consentita un’ulteriore conferma secondo quanto previsto dall’articolo 7, comma 1, della legge 21 novembre 1991, n. 374, e successive modificazioni, sono ulteriormente prorogati nell’esercizio delle rispettive funzioni a fare data dal 1° gennaio 2013, fino alla riforma organica della magistratura onoraria e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2013».

L’Associazione nazionale giudici di pace si è attivata sin dal mese di settembre per verificare che il governo prevedesse almeno tale proroga.

Tale risultato, che noi consideriamo minimo, come è noto, non era affatto scontato ed il conseguimento non è risultato semplice. La norma non era prevista nella prima formulazione della legge di stabilità ed è stata introdotta solo a seguito della presentazione di un emendamento. Il ministero della Giustizia tradizionalmente non appare disponibile a riconoscere il ruolo centrale della giustizia di pace e ciò inspiegabilmente, atteso che proprio dalle recenti statistiche diffuse da via Arenula è emerso che ciascuna toga definisce in media 568 giudizi in un anno. Si tratta di risultati eccellenti, che dovrebbero indurre il futuro governo a modificare l’approccio al fenomeno giustizia di pace, in passato troppe volte punitivo, ed a valorizzare finalmente tali toghe.

Purtroppo dopo oltre dieci anni la politica non è stata in grado di approvare il riordino della magistratura di pace.

Durante l’attuale legislatura l’Associazione ha però contribuito in maniera determinante a impedire l’approvazione di una riforma punitiva. Abbiamo affermato il principio che il riassetto della giustizia di pace non possa avvenire contro i magistrati. Il testo base adottato in Commissione giustizia del Senato era quello predisposto dalle precedenti amministrazioni del ministero della Giustizia e non rispondeva in alcun modo alle istanze della categoria ed a regime rischiava di produrre la paralisi della giustizia. Invero, lo stravolgimento della natura del giudice di pace, con il ricorso a neolaureati privi di alcuna esperienza, in luogo di giuristi professionalmente attrezzati (avvocati e magistrati onorari di tribunale con oltre un quindicennio di esercizio delle funzioni), si sarebbe rivelata esiziale per l’intero sistema: centinaia di migliaia di appelli si sarebbero riversati sui tribunali con il rischio concreto di bloccarli. Inoltre, sarebbe stato mai possibile affidare la delicatissima materia dell’immigrazione (verifica della legittimità dei provvedimenti di espulsione, esame dei relativi ricorsi e convalide dei trattenimenti presso i Cie) a soggetti tanto sprovveduti?

Il disegno di legge si presentava peraltro palesemente incostituzionale, in quanto privava il giudice di pace di autonomia ed indipendenza.

In buona sostanza dal precariato si sarebbe passati alla polverizzazione della funzione, con un incarico di durata non sarà superiore a otto anni, con dispersione di professionalità formatesi in alcuni decenni di esercizio delle funzioni e la distruzione di carriere di professionisti che a 50/55 anni si sarebbero trovati a dover reinventare un futuro senza aver goduto per il passato di alcuna copertura previdenziale. Last but not least lo Stato sarebbe stato costretto a spendere milioni di euro per i nuovi concorsi e la formazione dei neoassunti. Francamente il disegno appariva incomprensibile.

Tale progetto è stato bloccato dalla magistratura di pace associata. Ovviamente la mera proroga annuale non può soddisfare appieno. L’Associazione ha profuso enormi sforzi di sensibilizzazione affinché, in attesa della riforma, in luogo di essa fosse prevista una maggiore continuità, nell’ordine di 8/12 anni, attraverso il meccanismo rigoroso e meritocratico delle conferme quadriennali. Tale proposta aveva trovato molti estimatori all’interno dello stesso esecutivo, ma la brusca e convulsa fine anticipata della legislatura ne ha impedito un’approfondita ponderazione.

La giustizia di pace lo avrebbe senza alcun dubbio meritato alla luce di quanto dà al Paese, peraltro a costi molto limitati. Oggi il magistrato di pace è un giudice monocratico di primo grado in materia civile e penale, molto apprezzato da chi frequenta le sue aule, ovvero semplici cittadini ed avvocati, che decide secondo diritto e non più in maniera atecnica, come accadeva agli albori. Alla sua cognizione sono attribuiti reati di notevole diffusione, quali quelli contro la persona, quali le lesioni, contro l’onore, quali l’ingiuria e la diffamazione, le minacce e contro il patrimonio. In caso di condanna il giudice di pace può applicare pene che incidono sulla libertà personale quali la permanenza domiciliare o quella del lavoro di pubblica utilità.

L’Associazione, pur avendo come principale obiettivo la continuità delle funzioni, non ha trascurato, dunque, il controllo sulla la corretta applicazione del provvedimento di proroga e, come già lo scorso anno, ha comunicato al ministero della Giustizia la necessità di prevedere sin nel decreto di fine anno la proroga dei giudici di pace con scadenza di mandato al 2013 al fine di evitare la decadenza di quei magistrati la cui cessazione delle funzioni intercorre nel periodo compreso tra la vigenza del decreto legge e la data d’entrata in vigore della legge di conversione.

Il bilancio della legislatura è dunque fatto di luci e ombre. In più occasioni sono stati presentati in Parlamento e recepiti dall’esecutivo, ordini del giorno sostenuti da esponenti della maggioranza e dell’opposizione che prevedevano la continuità delle funzioni. Ricordiamo gli odg proposti nel 2009 dagli onorevoli Pelino e Marinello, quello presentato, tra gli altri, dai senatori Benedetti Valentini, Berselli, Centaro, Nania, Quagliariello, Valentini e l’ordine del giorno presentato nel 2010 dagli onorevoli Rao e Ria. Numerosi sono stati i disegni di legge assolutamente bipartisan, che hanno fatte proprie gran parte delle istanze della magistratura di pace, ed in particolare i ddl: n. 3186 presentato dai Senatori Serra, D’Alia, Armato, Carloni, Vincenzo De Luca ed altri; n. 2080 Valentino; n. 2359 Berselli e Mugnai; n. 2659 Poli Bortone ed altri; n. 3090 Costa (Pdl).

La magistratura di pace associata ribadisce che anche in futuro la continuità delle funzioni sarà un punto indefettibile rispetto al quale non è disposta a recedere, in quanto è l’unica condizione che possa garantire una reale autonomia e indipendenza della magistratura.

Siamo i primi ad auspicare che la nostra attività venga valutata dai Consigli giudiziari e dal Csm dopo ogni quadriennio, mentre non è accettabile sotto un profilo logico prima ancora che giuridico che, all’esito di un giudizio positivo, non possa essere assicurata la continuità delle funzioni.

Il riconoscimento dei diritti costituzionali, oggi negati, è poi connaturata alla particolare delicatezza delle funzioni, come ha recentemente affermato il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa con la Raccomandazione del 17 novembre 2010. La certezza della permanenza nelle funzioni e l’inamovibilità sono elementi cardine dell’indipendenza dei giudici. Inoltre il Consiglio sottolinea che a tutti i giudici, anche se onorari, «deve essere garantito il mantenimento di una retribuzione ragionevole ed il pagamento di una pensione» oltre all’esigenza di assicurare l’indipendenza e l’imparzialità senza alcuna restrizione o interferenza, anche se provenienti dalle stesse autorità interne della magistratura.

Nei giorni scorsi è stato bocciato l’emendamento al ddl stabilità che prevedeva una posticipazione di due anni dell’operatività della nuova geografia giudiziaria. Il differimento sarebbe stato opportuno soprattutto con riferimento ai tagli lineari imposti alle sedi dei giudici di pace, con la soppressione di ben 667 uffici.

Per anni ci siamo battuti per la chiusura delle sedi improduttive, anche al fine di recuperare risorse per consentire di prevedere una copertura previdenziale che lo Stato italiano ancora oggi ci nega, ma la soppressione generalizzata delle sedi è un errore che determinerà la creazione di «megauffici» costosi e di difficile ubicazione che, inevitabilmente, saranno causa di disservizi sul piano dell’efficienza e renderanno certamente più lunghi i processi.

Le risorse necessarie per mantenere tali sedi elefantiache saranno probabilmente le medesime o superiori alle presunte economie, stimate in soli 26 milioni di euro.

Auspichiamo che il prossimo esecutivo si renda conto del rischio esiziale a cui si espone la giustizia. Potrebbero avverarsi le previsioni del ministero dell’Economia, secondo cui il nostro paese rischierebbe pagare fino a 500 milioni di euro per l’eccessiva durata dei processi.

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