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«Proprietà Esselunga, ha ragione Caprotti»

Il patron dell’Esselunga Bernardo Caprotti si aggiudica un punto importante nel lungo contenzioso con i figli Giuseppe e Violetta. La Corte d’Appello di Milano ha confermato con una sentenza di 45 pagine le conclusioni del lodo arbitrale sulla proprietà delle azioni del gruppo, favorevoli al padre e impugnate dai figli. 
La prima sezione civile della Corte d’Appello presieduta da Ersilio Secchi (con Rosella Boiti, relatore, e Francesca Fiecconi) ha ritenuto di particolare rilevanza il contenuto delle scritture private del 1966 tra Bernardo Caprotti e i figli, dalle quali è ritenuto si ricavi che le azioni erano state intestate a Giuseppe e Violetta in via meramente fiduciaria con il diritto del padre di rientrare nella piene proprietà con una semplice comunicazione alla società fiduciaria.
Per effetto di quelle scritture private dal 1996 al 2011 la proprietà della holding che controlla Esselunga, formalmente intestata a Unione fiduciaria, era attribuita in usufrutto al padre e ai figli in proprietà. Un assetto che in teoria avrebbe dovuto garantire la direzione imprenditoriale al capostipite e predeterminare le condizioni per una successione senza ostacoli. Bernardo Caprotti però nel 2011 ha chiuso il contratto fiduciario e ha ripreso il pieno controllo delle azioni di Supermarkets Italiani. Poteva farlo? Secondo i figli no. «Vedremo cosa diranno i giudici», aveva dichiarato Violetta al Corriere della Sera nel gennaio di quest’anno, in attesa appunto della sentenza della Corte d’Appello, Depositata ieri dopo che i giudici hanno deciso il 5 marzo.
La Corte ha ripreso quanto già osservato dal collegio arbitrale, composto da Pietro Trimarchi (presidente) Natalino Irti e Ugo Carnevali, che con il lodo deliberato nel luglio 2012 aveva dichiarato la piena ed esclusiva proprietà di Bernardo Caprotti delle azioni Supermarkets Italiani e la validità, efficacia e legittimità delle istruzioni date a Unione fiduciaria dal patron nel 2011 volte a ottenere la girata in proprio favore dei titoli.
In particolare la Corte ha richiamato testualmente il verdetto arbitrale relativamente al fatto che «il principio pacta sunt servanda, invocato da Bernardo Caprotti, esprime un principio di diritto ma anche un fondamentale principio di giustizia sostanziale, né sussistono nel presente caso particolarità che facciano apparire equo derogarvi». Viene poi sottolineato che «le azioni derivanti dagli aumenti di capitale erano state sottoscritte da Giuseppe e Violetta con denaro fornito dal padre attraverso donazioni la cui natura simulata (simulazione relativa), già espressamente concordata nelle scritture del 1996, non è mai stata messa in discussione nel corso del procedimento arbitrale, pertanto i figli sotto questo aspetto non hanno subito alcun sacrificio patrimoniale tale da giustificare una appropriazione delle azioni già oggetto dei mandati fiduciari». Sempre riprendendo il lodo, con le scritture del 1996 «Giuseppe e Violetta hanno attribuito al padre la più ampia e discrezionale facoltà, esercitabile in qualsiasi momento e anche senza preavviso, di intestare a sé medesimo o di cedere a terzi le azioni. I figli perciò non potevano considerare i titoli come ormai definitivamente acquisiti al loro patrimonio, e non possono ora sostenere di essere stati inopinatamente spossessati delle azioni».
È difficile immaginare che la partita si chiuda qui. Però dalla sentenza il capostipite esce rafforzato nella «presa» sui titoli. Ieri, a Prato, l’imprenditore di 88 anni, commentando il passo indietro del concorrente «storico» Turiddo Campanini, che ha lasciato la guida di Unicoop Firenze, ha detto: «Non ho capito perché lo ha fatto, è giovane ed energico…del resto potrebbe capitare anche qua», riferendosi al nuovo superstore Esselunga aperto ieri, «dovrei lasciare anche io, vedremo».

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