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Pronto il decreto di Draghi sulla cyber sicurezza italiana

Il nome è stato scelto e lo sentiremo pronunciare prima del previsto. Si chiama Agenzia per la cybersicurezza nazionale, acronimo: Acn, e già domani il decreto legge che la istituisce potrebbe finire sul tavolo del Consiglio dei ministri, sempre che il premier Draghi riesca a convocarlo prima di partire per il G7 in Cornovaglia. L’Agenzia, fino ad oggi tassello mancante della complessa architettura di difesa delle nostre reti e infrastrutture strategiche, ha in sé l’ambizione di far recuperare all’Italia il ritardo accumulato nell’ultimo decennio in un settore cruciale come quello della protezione cibernetica. La cui importanza continua a sfuggire a gran parte dell’opinione pubblica, ma è ben chiara ai governi dell’Alleanza Atlantica, preoccupati dall’aggressività di camaleontici gruppi di hacker legati ad apparati parastatali e paramilitari cinesi, russi, nordcoreani. I danni arrecati all’economia non sono virtuali, sono devastanti, come dimostra quanto accaduto il 7 maggio al Colonial Pipeline, il più grande oleodotto degli Stati Uniti: 8.800 chilometri di tubazioni tra Texas e New Jersey bloccati dai pirati digitali e da una richiesta di riscatto in bitcoin. Non a caso Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, in visita al Pentagono ha ribadito che la difesa dalle minacce informatiche «sempre più sofisticate» è e deve essere la priorità. Dunque, l’Agenzia nazionale. La bozza del decreto legge, a cui ha lavorato Franco Gabrielli, ex capo della Polizia adesso Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, è articolata e molto tecnica: definisce gli obiettivi, la struttura e il funzionamento dell’Acn e, contemporaneamente, riscrive la governance della cybersecurity in Italia. Il testo è già stato mandato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), in nome di un impegno preso da Gabrielli a condividere il dl con gli onorevoli. Segnando così, una volta di più, la discontinuità col metodo del governo Conte II. A dicembre, infatti, l’allora premier ha provato a forzare la mano, inserendo la norma che faceva nascere un Istituto italiano di Cybersicurezza (molto diverso, nella concezione, dall’Agenzia) nella legge di Bilancio, senza dire niente a nessuno e spiazzando l’intera maggioranza. Il blitz, ideato col suo braccio destro al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), l’ex direttore Gennaro Vecchione, è fallito. Con la nomina di Gabrielli e con l’arrivo al Dis della nuova direttrice, Elisabetta Belloni, il piano per un organismo nazionale che funga da referente unico per Bruxelles e per la miriade di imprese e ricercatori impegnata nella sicurezza cibernetica, è rientrato sul binario della prassi istituzionale, si è definito e rilanciato. Come anticipato da Repubblica , l’Agenzia sarà pubblica, avrà un capo scelto dal governo e sarà incardinata nella Presidenza del Consiglio, sotto l’Autorità delegata. Ma a che cosa servirà? E perché è una buona notizia per tutti? Facciamo un passo indietro. Nel 2013 la Nato e l’Unione hanno preteso dall’Italia uno sforzo di aggiornamento del perimetro di difesa digitale, allora completamente inadeguato. Il governo Monti ha deciso di affidare al Dis il compito di mettere in piedi, nel più breve tempo possibile, una governance nazionale sulla sicurezza cibernetica. Spingendo però il Dis su un crinale estraneo dalla sua missione tipica, che è coordinare le due agenzie di intelligence, Aise e Aisi. Col governo Gentiloni, nel 2017, si è piantato il seme della futura Agenzia: al di là della risposta ai cyberattacchi, infatti, era impellente potenziare la sicurezza dei sistemi, dei computer nei ministeri e nella pa, dei prodotti tecnologici connessi alla Rete, degli operatori dell’energia e delle telecomunicazioni. Un obiettivo raggiungibile solo mettendo in contatto le aziende con le Università, il mondo dell’accademia e i centri di ricerca. E solo dando a questo variegato universo indicazioni unitarie che evitino la dispersione delle risorse e convoglino gli sforzi su cosa effettivamente serve al Paese. Da qui l’esigenza di un’Agenzia nazionale pubblica. Che dialoghi col Dis ma che dal Dis non sia controllata o partecipata, a differenza di come la voleva Conte. Si evita così di esporre il Paese al rischio della sorveglianza di massa.

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