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Pronto a ripartire il risiko tra gli istituti I compratori aspettano gli stress test

Una giungla da sfoltire. Il presidente della Bce Mario Draghi ha usato come di consueto toni prudenti ma è stato chiaro: per il futuro è prevedibile un nuovo processo di consolidamento nel settore bancario.
Uno scenario peraltro considerato ormai quasi scontato dal mercato dopo che l’asset quality review e gli stress test avranno «chiarito ufficialmente» il quadro del settore, dividendo gli istituti fra buoni, cattivi e un ampia zona grigia di «discreti» sulla quale in particolare confluiranno interrogativi e speculazioni.
«Non saranno però gli stress test a mettere in evidenza debolezze per le quali le banche procederanno a fusioni», sottolinea Antonio Guglielmi, responsabile della ricerca azionaria di Mediobanca securities, «semmai sono la condizione perché il consolidamento non abbia luogo ora». In apparenza si tratta di un paradosso, ma la ragione è semplice: «L’asset quality review e gli stress test permetteranno di calcolare meglio i concambi per le fusioni, consegnando alle banche più forti un maggior potere negoziale. I compratori dunque attendono».
In sostanza singoli istituti e mercato sono oggi in stand by non perché aspettino le «prove» europee per sapere chi dovrà rafforzarsi e chi sarà aggregante e chi aggregato: queste sono informazioni che i capi azienda delle banche hanno in gran parte già a disposizione. Tanto è vero che in Italia dal 2008 a oggi gli istituti quotati hanno già provveduto a ricapitalizzazioni per oltre 43 miliardi, di cui 9,3 nel solo 2014, cifra che supera i 10 miliardi se si considerano le aziende di credito fuori listino, e in Europa l’aggregato dei grandi gruppi ha effettuato da metà 2012 rafforzamenti per 45 miliardi (basti considerare il maxi aumento della Deutsche bank da 8 miliardi). Operazioni che vanno inoltre considerate a fianco delle dismissioni di asset «non core», che hanno lo stesso effetto di migliorare i ratio patrimoniali. Lo stand by è dunque piuttosto giustificato dal fatto che, risultati alla mano, sarà più semplice procedere a riorganizzazioni e unioni grazie alla maggiore trasparenza su qualità e valore degli asset.
Quali potrebbero essere gli scenari di merger e quelli di «chiusura»? Difficile dirlo ora. Anche perché, se si pensa a mercati come quelli spagnolo o greco, un consolidamento anche importante è avvenuto di recente. Mentre in Germania sulla selva di landesbank e sparkassen, a proprietà pubblica, è immaginabile soltanto un intervento «dirigista». Inutile poi fare speculazioni su «casi» come Bnp-Paribas, colpita dalla maxi multa americana: la banca ha già sottolineato di essere adeguatamente solida per farvi fronte.
In Italia la maggior parte degli analisti guarda soprattutto alle banche popolari. E non sottovaluta il «tema» Montepaschi, ora soprattutto che la proprietà è frazionata. Per quanto riguarda l’Europa invece viene sottolineato che il vero «nodo da sciogliere» è quello delle banche pubbliche tedesche: l’impatto dei test, nonostante la soglia minima stabilita di asset per le verifiche europee lasci fuori la maggior parte delle sparkassen, sarà verosimilmente pesante.

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