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«Pronti a investire fino a 58 miliardi per favorire crescita e sviluppo del Paese»

Gianfranco Battisti non è uomo di molte parole. Un passato nel gruppo Fiat e poi l’ingresso nel 1998 nel gruppo delle Ferrovie dello Stato lo ha portato oggi a essere il numero uno della società di trasporti. Azienda che ha il primato degli investimenti nel nostro Paese. Le cifre raccontano un impegno che nei prossimi cinque anni raggiungerà  i 58 miliardi. Di questi 42 in infrastrutture tra opere ferroviarie (28 miliardi), strade (14), treni e bus (12). Numeri che danno la dimensione di quanto siano strategiche e snodo essenziale per lo sviluppo del Paese le Fs.

Battisti si è fatto carico anche di un rilancio non proprio semplice di una compagnia come Alitalia con la visione di mettere assieme treni e aerei, facile a dirsi meno a farsi. Ma anche qui con la convinzione che il trasporto intermodale (che mette in comunicazione cioè i diversi sistemi) sia fondamentale per un Paese come l’Italia che deve poter disporre di infrastrutture logistiche che facciano da supporto all’industria manifatturiera. Senza dimenticare però le enormi potenzialità legate al turismo, facendone anzi un volano di sviluppo. Legato a quel patrimonio, vero e proprio giacimento ancora quasi tutto da esplorare, rappresentato dalle città, dai luoghi, dai monumenti, dalle testimonianze della storia passata che sparsi per il territorio devono essere riconnessi e resi accessibili a un turismo mondiale che questo ci chiede.

Da un anno Battisti è alla guida del gruppo, ma alle spalle ha 21 anni di lavoro nelle Fs a tutti i livelli. Quello di cui va più fiero dopo un anno da amministratore delegato fa uscire l’anima del ferroviere. Il profilo basso — dice — di chi vuole far parlare i fatti. «Aver portato la puntualità reale dell’Alta velocità dal 50% all’80% è la cosa che mi rende più orgoglioso».

Che significa puntualità reale?

«Quella che il cliente percepisce. Adesso ho davanti a me un enorme monitor, in tempo reale mi dice che l’indice di puntualità è dell’80,6%. Sui treni regionali è del 92%, sui treni cargo 65%. Aver guadagnato 30 punti sull’Alta velocità è un risultato straordinario, ma ancora migliorabile. È il nostro biglietto da visita fondamentale per il rapporto con i clienti innanzitutto. E per la nostra credibilità in Italia e all’estero».

Quale estero?

«Ogni tanto sfugge il fatto che siamo presenti in 60 Paesi con 71 società. Che in Gran Bretagna dovremmo aver vinto proprio in queste ore un’altra gara. Ma anche che in consorzio gestiamo le linee 3, 4, 5, 6 della metropolitana di Riad. Che a Johannesburg stiamo creando il principale polo intermodale in Sud Africa. Che progettiamo le linee ferroviarie in Serbia, Romania. Possediamo quelle greche. Anche questo è made in Italy».

Un tempo la capacità di creare infrastrutture, si pensi alle grandi dighe nel mondo, era punto di vanto per il nostro Paese.

«Non “era”, “è” un punto di vanto. Stiamo partecipando a programmi a Los Angeles per 10 miliardi di dollari e a Washington per 12. Trump ha detto che nei prossimi anni negli Stati Uniti verranno investiti 1000 miliardi di dollari in infrastrutture».

In infrastrutture non solo in treni.

«Anche qui si sottovaluta come le Fs siano un gruppo che fa treni, ma anche strade, partecipa a progetti per le città intelligenti. Riqualifica intere porzioni di città. Pensi solo a Milano e alla riqualificazione degli scali, un progetto da un milione e 300 mila metri quadri che contribuirà alla grande trasformazione urbanistica della città. Sempre a Milano a Porta Romana verrà poi costruito anche il villaggio per le Olimpiadi del 2026. Per rimanere nel nostro Paese. Ma si calcola che nei prossimi 15-20 anni gli interventi in infrastrutture ferroviarie e stradali varranno nel mondo qualcosa come ventimila miliardi di euro».

D’accordo ma tutto questo non distrae dal core business dei treni?

«Affatto. Anzi. La priorità delle priorità per me rimangono i treni regionali per i pendolari in Italia».

Ma questo come si combina con il resto?

«Il punto è proprio questo. Sinora si è ragionato a compartimenti stagni. Da quando ho ricevuto il nuovo incarico, avendo trascorso 21 anni in questo gruppo ho capito che andava cambiato l’approccio. Non dovevamo offrire solo un servizio il migliore possibile, ma occuparci delle persone con i propri bisogni mettendole al centro del nostro modello di sviluppo».

Sì ma concretamente?

«Concretamente sono 600 nuovi convogli dei quali 239 anticipati entro il 2023 per un valore complessivo di 6 miliardi . E i primi sono già entrati in servizio in Emilia Romagna. L’86% della domanda è concentrata proprio nel trasporto regionale. Ecco perché è importante proprio nel trasporto regionale migliorare il modello di offerta. Abbiamo iniziato mettendo il servizio di assistenza alla clientela dedicato ai pendolari nelle principali stazioni, security e customer care sui treni a maggior domanda assumendo circa 2 mila nuove persone. Ma dietro tutto questo c’è un nuovo modello di business».

Quale?

«L’intermodalità. Occuparsi di mobilità significa capire che i clienti non devono avere un servizio da stazione a stazione ma “door to door”, da punto di partenza a punto di arrivo. E che nel tragitto potranno usare diversi mezzi. Vanno messi in rete stazioni, aeroporti e porti come porte di accesso al Paese attraverso treni, aerei e bus».

Insomma ci sta dicendo che siete entrati nell’avventura Alitalia perché cambiava il modello di business anche di Fs? Nessuno però al mondo lo fa.

«All’Italia serve questo approccio. Un turista che da New York vuole andare a Firenze avrà un biglietto unico, atterrerà a Fiumicino, e troverà un Freccia rossa che lo porterà in centro a Firenze. Una semplicità che potrà aiutarlo ad aver voglia di visitare anche Siena, Pisa. Pensi, che abbiamo collegato attraverso un sistema di accessibilità diffuso 252 destinazioni in Italia a forte vocazione turistica. E questo va incontro anche all’esigenza di redistribuire i flussi turisti oggi troppo concentrati sulle destinazioni tradizionali come solo Roma, Firenze, Venezia».

E quando cominciate?

«Il 15 settembre dovremmo fare l’offerta affidandoci a un management solido».

Ma sarà sostenibile per Fs il rilancio di una compagnia che tanto è costata ai contribuenti?

«Siamo con la prima compagnia al mondo che è Delta, con Atlantia che è una delle maggiori al mondo nel suo settore, dobbiamo metterci di impegno per non riuscire. Anche perché noi pensiamo ai passeggeri, ma non dimentichiamo che siamo la seconda manifattura d’Europa e che quindi merci e logistica saranno anch’essi volano di sviluppo».

Ma la logistica italiana è così frammentata.

«Sì, c’è troppa polverizzazione, 16 mila imprese sono troppe. E intercettare solo il 16% del mercato è poco. Dobbiamo diventare i più grandi. Per questo avremo 100 nuovi locomotori, 714 nuovi carri. E non mi accontento certo di una puntualità al 65%. Come vede gli investimenti in infrastrutture pagano due volte, nel momento nel quale si fanno e quando messi in opera agevolano l’intera economia».

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