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“Pronti allo scambio tra riduzione dell’Irap e taglio degli incentivi”

ROMA — Siete disposti a rinunciare davvero agli incentivi alle imprese in cambio di una riduzione dell’Irap?
«Assolutamente sì», risponde Aurelio Regina, vicepresidente della Confindustria, presidente e azionista di “Sigaro Toscano”. «Purché — aggiunge — si faccia chiarezza sull’entità reale degli incentivi che è molto lontana dalle cifre di cui si favoleggia».
L’economista Giavazzi, incaricato dal governo Monti di fare l’inventario, ha individuato 10 miliardi di incentivi. È una cifra che fa chiarezza?
«No. I veri incentivi sono intorno ai 3-4 miliardi di euro. Si arriva a dieci considerando anche quanto è destinato al trasporto pubblico locale e al contratto di servizio delle ferrovie, ma questi fondi sono destinati a favorire gli obiettivi di mobilità sostenibile nell’interesse dell’intera collettività».
Dunque per le imprese andrebbe bene una riduzione dell’Irap di 3-4 miliardi?
«Il presidente Renzi dice di avere a disposizione un pacchetto intorno ai 10 miliardi e che deve decidere come orientarli. Bene, noi pensiamo che 7,5 miliardi dovrebbero andare a ridurre il costo del lavoro, tra l’altro eliminandolo dalla base imponibile dell’Irap. E i restanti 2,5 miliardi destinarli al taglio dell’Irpef per le fasce di lavoratori a reddito più basso».
L’obiezione dei sindacati è che la riduzione dell’Irap fa bene alle imprese ma non fa aumentare l’occupazione.
«Invece se c’è una leva che va azionata per creare occupazione è proprio quella dell’Irap. Infatti quando si riduce il costo del lavoro si rendono per le imprese convenienti le assunzioni».
Il ministro Poletti propone sgravi per chi reinveste gli utili in innovazione. È un’idea che condividete?
«Mi pare che sostanzialmente sia già previsto dalla cosiddetta nuova “legge Sabatini”. Noi pensiamo che serva anche un credito di imposta per attivare iniziative sul fronte della ricerca. Ci sono le risorse comunitarie che possono essere utilizzate. Inoltre, per rilanciare la domanda interna andrebbe allentato il patto di stabilità così da aumentare gli investimenti degli enti locali. Ma sarà decisivo il fatto che tutte le misure siano immediatamente applicabili e che non si ricorra alle decine di decreti attuativi in mano alle burocrazie ministeriali».
Cosa pensa del jobs act?
«Siamo ancora all’elenco dei capitoli, per dare una valutazione bisognerà attendere il dettaglio delle misure. Ciò che penso in generale è che non esiste una legge magica che modificando le norme sul lavoro crei nuovi posti di lavoro. Non è così. Questo sillogismo non esiste. Chi lo pensa si illude».
Il suo è un implicito no al contratto unico a tutele crescenti?
«È un modello che va meglio esplicitato. Va precisato l’ambito di applicazione e i costi a carico delle imprese. Francamente di una nuova segmentazione del mercato del lavoro non si sente alcun bisogno».
Vuol dire che il contratto unico deve valere anche per i lavoratori già assunti?
«È una questione che va studiata. Ripeto: se si applicasse solo ai nuovi assunti si dividerebbe ulteriormente il mercato del lavoro. E questo non fa bene. Ma è importante che non si parli più di ridurre le tipologie contrattuali».
Confindustria vuole mantenerle tutte?
«Guardi, se fosse per me abolirei tout court la legge Fornero che ha ridotto la flessibilità e aumentato i costi per le imprese».
Guidi allo Sviluppo economico è “il ministro della Confindustria”?
«No. Federica Guidi è una persona che ha avuto un’esperienza importante in Confindustria come presidente dei Giovani. Conosce i temi delle imprese, è una persona che stimo ma non è il ministro della Confindustria ».

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