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«Pronti a investire sull’Ilva, ma non da soli»

«Diamo tutta la nostra disponibilità per collaborare al salvataggio dell’Ilva. Sappiamo che la situazione dell’azienda commissariata è drammatica. Non siamo però in grado di farlo da soli». A due anni dell’esplosione a Taranto del caso giudiziario e a un mese dalla scomparsa del padre Emilio, Claudio Riva non pone condizioni, ma fa ragionamenti: «Il Governo è venuto a cercarci. Nessun puntiglio e nessun orgoglio, nessuna rabbia e nessuna ostilità personale. In gioco ci sono migliaia di posti di lavoro e l’equilibrio del manifatturiero italiano. Dobbiamo solo capire che cosa sia giusto fare». Il piano industriale di Bondi? «Sa quando ho sentito parlare del preridotto, ammannito ora come una opzione salvifica? Nel 1973. Ci sarà una ragione per cui con questa tecnologia si produce una quota irrilevante dell’acciaio mondiale». E l’aumento di capitale? «Prima di mettere dei soldi, bisogna tappare la voragine».

Per la prima volta il gruppo Riva, per voce del figlio di Emilio, sceglie di raccontare a che punto è la complessa vicenda dell’Ilva.
Perché non vi sentite di intervenire da soli?
Dopo tutto quello che è successo, come facciamo? Non andrebbe bene né per noi né soprattutto per l’azienda. Con il Governo Renzi in questi ultimi giorni è stato avviato un dialogo che con il Governo Letta era totalmente mancato. Per noi si tratta di un passo in avanti non irrilevante. Essere trattati da interlocutori credibili e non da criminali in contumacia è già qualcosa. All’Ilva sono riconducibili direttamente o indirettamente un punto di Pil e un quinto della produzione industriale italiana. La sua chiusura sarebbe un gesto di autolesionismo. Il primo obiettivo di questo Governo, ci pare, è salvare l’Ilva. Insieme ad altri, sia come azionisti sia come gestori, con un piano industriale credibile, noi ci siamo.
In campo ci sono Arcelor Mittal e, in subordine, Arvedi e Marcegaglia. Il Governo cerca di “fare la squadra”.
Il mondo della siderurgia è composto da pochi protagonisti. Con Arcelor, Arvedi e Marcegaglia, in queste settimane, abbiamo parlato. Il punto, però, è che sono loro che devono decidere che cosa fare, in un contesto che è sotto il controllo specifico del Governo e che ha dei caratteri di eccezionalità: non si tratta mica di sottoscrivere un aumento di capitale normale; l’ipotizzato aumento di capitale riguarderebbe una società commissariata, per la quale sono state fatte tre leggi speciali. Appunto, sono “gli altri” a doversi chiarire le idee con il Governo, prima di decidere.
Il commissario del Governo Bondi, venerdì scorso, a Milano vi ha presentato il suo piano industriale. Che cosa avete risposto con la lettera di lunedì?
Che, volentieri, i nostri tecnici avrebbero studiato con attenzione il suo piano industriale e i commenti fatti da Roland Berger. In pochi giorni, dopo un anno in cui nessuno della struttura commissariale ha pensato di coinvolgerci o anche solo di informarci minimamente, non era certo possibile dare un riscontro immediato e preciso. Peraltro, gli stessi consulenti di Roland Berger hanno evidenziato una serie di criticità. Ci sono ipotesi e proiezioni assai ottimistiche. Non sempre sono chiari i numeri su cui poggia l’intero impianto.
Dunque, il famoso aumento di capitale da 1,8 miliardi di euro vi lascia perplessi.
Guardi, l’unica cosa sicura è che l’Ilva perde 80 milioni di euro al mese. Con noi, l’Ilva guadagnava. Tornando a oggi, non credo che nessun investitore metterebbe un euro in una società che brucia così tanta ricchezza. Prima in una impresa si tappa la voragine. E poi si mettono altri soldi. Non importa che sia o no commissariata.
Al di là della risposta formale che avete dato a Bondi, è noto come il suo piano industriale si basi sull’utilizzo del preridotto. Che cosa ne pensa?
Sa quando ho sentito parlare per la prima volta del preridotto? Ero un ragazzo che andava al liceo. Era il 1973. Mio padre e altri suoi colleghi andarono in delegazione in Sud Africa a visitare un impianto che funzionava con quella tecnologia. La cosa che mi stupisce è che a Bondi il preridotto sia stato presentato dai suoi numerosi consulenti come una opzione salvifica. La quota di acciaio prodotta oggi nel mondo con questa tecnologia è del tutto risibile. Nel 1964 mio padre a Caronno Pertusella installò il primo impianto di colata continua. Non c’è sito al mondo, oggi, che ne sia privo. In quarant’anni, direi che il preridotto non ha avuto la stessa diffusione. Ci sarà una ragione. E mi stupisce che questa proposta ci venga ammannita come l’invenzione del nuovo millennio.
Che giudizio dà del commissariamento?
Io e gli altri azionisti di Riva Fire abbiamo cercato di spersonalizzare il più possibile la situazione attuale e di capire con oggettività, senza trasporti emotivi, quale sia il bene per noi, il bene per l’Ilva e il bene per il Paese. Dunque, cerchiamo di avere un atteggiamento il più distaccato e sereno possibile verso Enrico Bondi, che era stato scelto come amministratore delegato da mio padre Emilio e che poi, dopo quaranta giorni, ha accettato la nomina di commissario da parte del Governo Letta. Constatiamo soltanto che, prima del commissariamento, l’Ilva pagava tranquillamente i lavoratori e i fornitori. Non credo proprio che l’azienda commissariata abbia la stessa solidità finanziaria.
Sì, ma sottoscriverete o no l’aumento?
Ci deve essere il desiderio del Governo per un nostro coinvolgimento. E ci pare che adesso ci sia. Naturalmente non possono non esserci condizioni minime. Certo, ci stupirebbe non poter dire la nostra almeno una volta all’anno sulla governance dell’Ilva. Per chiederci un impegno finanziario considerevole, però, le regole di ingaggio devono essere chiare. E non può che stabilirle il Governo. Di sicuro, sarà fondamentale la chiarezza e la non opacità di quello che succederà nelle prossime settimane. In particolare, serve un piano industriale credibile. E, questo, francamente…..
Il rapporto fra Governi e imprese private nella siderurgia è antico.
Al ciclo di privatizzazioni in Europa negli anni Ottanta e Novanta abbiamo partecipato perché ce lo hanno chiesto i Governi di Italia, Belgio, Francia e Germania. Negli altri Paesi, mio padre è stato insignito di alte onorificenze. Nel nostro, gli è stato riservato ben altro trattamento. Il programma di privatizzazioni impostato fra il 1983 e il 1988 da Romano Prodi all’Iri fu eccellente. In quella fase noi ci occupammo di Cornigliano. In Germania partecipammo alla privatizzazione di due gruppi. Con la riunificazione Berlino ci chiese di prendere la Eco Stahl, la maggiore acciaieria della ex Ddr. Era il 1994. Il Governo Dini ci domandò con insistenza di partecipare alla gara per Taranto. All’inizio dicemmo di no. Di fronte al pressing del nostro Governo, proprio perché italiani, dicemmo di sì rinunciando alla Eco Stahl.
Chi comanda in famiglia? Chi dovrà gestire la vicenda Ilva?
All’unanimità gli azionisti hanno deciso che la gestione del gruppo è demandata per cinque anni, rinnovabili per altri cinque, a me e a mio cugino Cesare, figlio di mio zio Adriano, che segue la filiera dei prodotti lunghi in Italia e all’estero. Oggi, nella Riva Fire, non esistono due blocchi: i discendenti di Emilio e i discendenti di Adriano. Oggi ci sono gli azionisti. Ognuno con quote non maggioritarie. Nessuno che si sia organizzato in gruppo o con patti che in qualche maniera facciano emergere un ramo o un insieme di azionisti in contrapposizione agli altri. Tutti uniti nell’assegnare, a me e a Cesare, il ruolo di guide.
Nei confronti della comunità di Taranto avete sbagliato qualcosa?
Siamo arrivati nel 1995 in un tessuto sociale che non conoscevamo e che è molto coeso e intrecciato. All’inizio abbiamo scelto di adottare le procedure standard. Siamo riusciti, con criteri rigorosi, a bonificare una impresa in cui alcuni membri della criminalità organizzata locale avevano un ufficio per il commercio dei residui ferrosi e in cui non si aveva nemmeno il controllo di chi in macchina entrasse e uscisse. Lo abbiamo fatto con criteri molto rigorosi. La reazione di quella parte della comunità locale, legata alle logiche generate dalla gestione pubblica, è consistita nell’accusarci di un atteggiamento neo-colonialistico. Figuriamoci se a noi interessava una “Taranto terra di conquista”. Conquista di che cosa?
Soltanto che, dopo, vi siete affidati a un personale locale che ha adottato metodi da Prima Repubblica.
Può darsi. Però le persone che hanno curato – malamente – l’immagine della fabbrica in quegli anni, mica le abbiamo assunte e formate noi. C’erano già. Anzi, avevano avuto lunghe carriere nella Italsider ed erano espressione di quella società. Detto questo, resta valida la nostra doppia convinzione: gli investimenti ambientali noi li abbiamo fatti e non abbiamo mai corrotto nessuno.
La vicenda Ilva si è intrecciata con altre vicende giudiziarie. Le quali hanno creato un sistematico deprezzamento reputazionale per i Riva e per le loro società. L’ultimo filone è quello dei contributi all’esportazione.
Qui la fermo. Non so nulla della vicenda legata alla Legge Ossola. So soltanto che tutto si è svolto alla luce del sole. Senza sotterfugi. Osservo soltanto due cose. La Simest era informata di tutto. Inoltre i cento milioni di euro contestati sono in Ilva, mica in Riva Fire che pure ha subito il sequestro.
L’altra vicenda è quella degli 1,8 miliardi di euro contestati per reati valutari e fiscali dalla procura di Milano.
Ricordo che mio padre ci diceva che quello che aveva messo da parte era in trust stranieri perfettamente legali e che lui aveva dato istruzioni al trustee su che cosa fare. Altro non so. Ancor meno su come e perché venne fatto uno scudo fiscale. Di nuovo, però, osservo che la possibilità di scudare è stata introdotta dallo Stato italiano. E che, adesso, lo Stato sostiene l’irregolarità di qualcosa che, prima, ha concesso ai suoi cittadini.
Torniamo a Taranto. Il 19 giugno c’è l’udienza preliminare per associazione a delinquere finalizzata a disastro ambientale. Voi siete arrivati a Taranto nel 1995. Gli investimenti produttivi e tecnologici hanno funzionato bene. Avete fatto tutto quello che dovevate fare sotto il profilo ambientale?
Dubito si potesse fare meglio, dal punto di vista industriale e ambientale. Purtroppo l’attuale situazione lo conferma. Ogni processo tecno-produttivo è perfettibile. Nel nostro modo di lavorare, però, i due elementi sono sempre andati di pari passo. Abbiamo applicato a Taranto gli stessi standard e le medesime procedure che abbiamo applicato al Nord Italia e nel resto dell’Europa. E, allora, perché a Taranto siamo criminalizzati e altrove veniamo considerati un modello in grado di coniugare industria e ambiente? Peraltro, con la grande amarezza di vedere colpita l’Ilva, la nostra famiglia e gente per bene come i nostri dirigenti e i nostri tecnici,che hanno sempre lavorato con dedizione in un gruppo che – e questo è un fatto innegabile – ha investito miliardi di euro nella produttività industriale e nella sostenibilità ambientale.

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