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Pronte tre opzioni: il Tesoro aspetta la risposta del mercato

Il rilancio del tentativo “di mercato” per riportare il Monte dei Paschi in territorio più sicuro viene ovviamente visto con favore nelle stanze del governo. L’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni eviterebbe volentieri di dedicare il suo primo provvedimento di peso a un sostegno straordinario pubblico, per il Monte e non solo, che produce nuovo debito pubblico e fa pagare il conto del burden sharing ai titolari di obbligazioni subordinate. Qualche segnale di fiducia è arrivato ieri anche dai listini, ma il filo rimane esile e la rete di sicurezza pronta a scattare.
A questo punto, nessuna ipotesi rimane esclusa ma lo scenario più probabile vede l’attesa del verdetto per la metà della settimana prossima, finestra oltre la quale si chiudono di fatto le operazioni sul mercato ma anche le finestre per un intervento tempestivo in caso di insuccesso del tentativo rilanciato in extremis dal consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni. Ma quale intervento?
Lo schema del provvedimento rimane «modulare», come spiegato sul Sole 24 Ore in questi giorni, e la scelta su quali attrezzi utilizzare è strettamente collegata alle risposte del mercato. In caso di insuccesso complessivo dell’operazione arriverebbe il decreto in formula piena, che porta con sé la ricapitalizzazione precauzionale del Monte e il burden sharing a carico dei titolari di obbligazioni subordinate. Il passaggio è inevitabile, come spiega l’articolo 32 della direttiva europea Brrd sul sistema bancario, e da Bruxelles passano anche le decisioni finali sul conto da presentare agli investitori. Nella conversione forzata, il valore riconosciuto ai titoli sarebbe decisamente inferiore a quello riconosciuto dal meccanismo volontario: la risposta della direzione concorrenza sul “prezzo giusto” arriverà ex post, ma come sempre accade in questi casi le decisioni nazionali sono precedute da un fitto confronto informale sul piano tecnico per evitare sorprese successive.
Una volta assunto il costo politico del decreto, il governo utilizzerebbe lo strumento per allargare la rete anche agli altri casi in cui l’esigenza di pulire i bilanci dai crediti deteriorati porta ad aumenti di capitale difficili da gestire senza aiuti. Questa prospettiva riguarda prima di tutto Veneto Banca e Popolare di Vicenza, ma in gioco c’è anche Carige. Un provvedimento così farebbe salire anche il costo economico, con uno stanziamento di risorse a debito che potrebbe arrivare fino a 15 miliardi.
Sempre in chiave precauzionale, per dare più certezze a un mercato a rischio di crisi di sfiducia alla luce di un flop dell’opzione privata sul Monte, il provvedimento potrebbe attivare una parte delle garanzie pubbliche sulle emissioni bancarie di bond senior per ottenere liquidità. Nelle trattative di luglio con la commissione Ue Roma ha ottenuto la possibilità di attivarne fino a 150 miliardi, e una prima parte potrebbe arrivare con il decreto: trattandosi di garanzie, la mossa non produrrebbe un costo immediato, perché lo Stato dovrebbe mettere mano al portafoglio solo se poi la garanzia andasse esercitata. Ma il primo obiettivo di questo strumento è proprio quello di offrire rassicurazioni per evitare che il mercato si inceppi: un ombrello, insomma, che con la sua sola presenza punta a evitare che piova.
Lo scenario opposto, con l’operazione di mercato che arriva al traguardo, toglierebbe di mezzo il decreto, ma non i nodi bancari lontani da Siena che rimangono da affrontare. In questo caso, però, l’urgenza sarebbe un po’ meno serrata, e permetterebbe di affidare ad altri provvedimenti temi come i nuovi apporti al fondo di risoluzione, da rateizzare in cinque anni, o i correttivi sulle Dta per utilizzare a valere sull’esercizio 2016 il canone versato a luglio ma con riferimento al 2015. In arrivo non c’è infatti solo il classico «milleproroghe» di fine anno, ma anche un decreto che a gennaio dovrebbe ripescare molti dei temi non esaminati al Senato nella manovra “ratificata” nella versione della Camera per lasciar spazio alle dimissioni del governo Renzi.
Il panorama, però, offre anche una terza via, che si aprirebbe se l’insuccesso dell’operazione di mercato fosse solo parziale, fermando l’aumento non troppo sotto l’asticella dei 5 miliardi. In quel caso, il tratto da coprire, se non è troppo lungo, potrebbe essere coperto dal Tesoro, meglio se insieme agli altri protagonisti che si comporterebbero come una sorta di consorzio di garanzia di fatto (quello vero è saltato). L’Economia è già oggi titolare del 4% del Monte, e potrebbe raccogliere l’inoptato, se ridotto, senza passare da un decreto con tutte le sue conseguenze.

Gianni Trovati

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