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Pronta la cintura di sicurezza dei grandi. Il nodo della governance rimane una questione centrale

Il piccolo mondo antico che ruota attorno a corso Antonio Fogazzaro, a Vicenza, è andato in frantumi una mattina della scorsa settimana quando i militari della guardia di Finanza si sono presentati alla porta di casa di Gianni Zonin, con i documenti che lo iscrivevano nel registro degli indagati e le autorizzazioni a procedere a una serie di perquisizioni. Per il numero uno della Banca Popolare di Vicenza – oggi impegnato a trattare una via d’uscita – è stato il momento più nero della sua ventennale carriera presidenziale.
Fatto sostanziale
Il clamore suscitato dall’indagine apertasi pubblicamente martedì 22 settembre – e che fa il paio con la maxi perquisizione nelle sedi di Veneto Banca dello scorso 17 febbraio – rischia di portare in secondo piano un fatto invece sostanziale per quanto riguarda il futuro delle due popolari venete, chiamate nei prossimi mesi a trasformare il loro status sociale da cooperativo a società di capitali, nella fattispecie società per azioni.
Il fatto totalmente nuovo è che le due maggiori banche del Paese, Unicredit e Intesa Sanpaolo – forse per convenienza prospettica, forse su suggerimento della Banca d’Italia, probabilmente per l’intersecazione di entrambi gli aspetti – hanno lanciato la ciambella di salvataggio verso il Veneto.
Martedì 15 settembre Banca Imi, l’ investment bank del gruppo Intesa Sanpaolo, ha siglato con Veneto Banca un accordo di pre-garanzia relativo all’aumento di capitale in opzione, per un ammontare tale da coprire l’intero fabbisogno fino a un massimo di un miliardo di euro. Tramite tale accordo di pre-garanzia, Banca Imi si è impegnata a garantire, a condizioni e termini usuali per tale tipologia di operazioni, ovvero a condizioni di mercato, la sottoscrizione dell’aumento di capitale per la parte eventualmente rimasta non sottoscritta all’esito dell’offerta in Borsa dei diritti inoptati, nonché a promuovere la costituzione di un consorzio di garanzia allargato, in prossimità dell’avvio dell’offerta in opzione. La Veneto ha inoltre nominato Banca Imi quale global coordinator e bookrunner dell’aumento di capitale, nonché sponsor del processo di quotazione in Borsa della banca.
L’altra firma
Lunedì 21 settembre, con una singolare corsa contro il tempo, la Banca Popolare di Vicenza ha convocato in tutta fretta una riunione straordinaria del consiglio di amministrazione. All’ordine del giorno l’approvazione e la sottoscrizione di un accordo con il gruppo Unicredit che si è impegnato – a termini e condizioni di mercato – a garantire la sottoscrizione delle azioni, in esecuzione del programmato aumento di capitale fino all’ammontare massimo di 1,5 miliardi di euro. Unicredit sarà anche joint global coordinator dell’operazione di aumento, ruolo al momento condiviso con Bnp Paribas, Deutsche Bank, Jp Morgan e Mediobanca.
La corsa contro il tempo è singolare, soprattutto alla luce di quanto è avvenuto poche ore dopo la sigla dell’accordo tra Vicenza e Unicredit, ovvero l’indagine che coinvolge Zonin, l’ex amministratore delegato Samuele Sorato e altre quattro tra manager e amministratori, o ex, della banca berica. Ma questa forsennata corsa contro il tempo, che ha portato a stravolgere agende e consuetudini, al massimo, va rubricata alla voce «strategie di comportamento». Ciò che rimane dopo il grande caos dei giorni scorsi e le voci che si rincorrevano continuamente in ogni direzione è che Unicredit e Intesa hanno messo il cappello sul futuro della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca e sono pronte a mettere sul piatto fino a 2,5 miliardi di euro. Il meccanismo è limpido. Gli accordi sottoscritti prevedono che, alla conclusione delle operazioni di aumento di capitale e della collocazione della eventuale quota inoptata in Borsa, saranno proprio Unicredit e Intesa a farsi carico dell’acquisto (la garanzia) di tutte le residuali azioni, diventando in questa maniera azioniste delle due banche venete, trasformatesi in società per azioni.
Incognite
Quale sarà la percentuale che finirà in portafoglio ai due gruppi guidati da Federico Ghizzoni e Carlo Messina? Impossibile da dire ora, dallo zero per cento fino a una percentuale superiore al 51 per cento. Dipenderà, ovviamente, dal mercato e dal comportamento degli attuali soci. Ma il punto è realmente centrale e potrebbe incidere sostanzialmente nel futuro delle due banche. L’operazione di garanzia – necessaria per dare un futuro di stabilità a due banche che stanno faticosamente cercando di mettere alle spalle vent’anni vissuti nel segno di Zonin e di Vincenzo Consoli – si configura quasi come un «salvataggio di mercato». Se le due popolari non sapranno trovare un nocciolo duro di azionisti decisi a impegnarsi per il loro futuro, interverranno i due colossi nazionali del credito, dando nei fatti il via al risiko bancario.

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