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Project bond e fondi della Bei per puntare su trasporti, energia e web

UN PIANO Marshall per l’Europa. Una vecchia volpe, maturata nei palazzi di Bruxelles, non ci ha messo molto a individuare la leva che lo avrebbe trionfalmente proiettato alla presidenza della Commissione europea. La promessa di 300 miliardi di euro di investimenti nei prossimi tre anni in settori vitali come energia, trasporti, banda larga, reindustrializzazione è stata la carta probabilmente più importante per assicurare al popolare Jean Claude Juncker anche il voto dei socialisti nel Parlamento europeo e l’agevole conferma sulla poltrona più importante di Bruxelles. Politicamente, è una svolta importante: dopo cinque anni di crisi e recessione in cui l’Europa ha parlato quasi esclusivamente di tagli, austerità e rigore, le istituzioni europee dichiarano di puntare decisamente sulla crescita e gli investimenti. In concreto, però, la carne al fuoco è assai meno di quel che sembra. Juncker non sarebbe una vecchia volpe se avesse gettato il cuore oltre l’ostacolo. I dettagli del piano sono, non a caso, pochi, ma l’ex premier lussemburghese si è ben guardato dall’urtare le sensibilità tedesche e ha precisato che gli investimenti non andranno a scapito delle rigide regole sulla riduzione di deficit e debiti pubblici. In altre parole, non un euro in più dai bilanci di Berlino, come di Roma o Parigi. La promessa di Juncker è, invece, l’impegno — peraltro non scontato — a rinvigorire e rilanciare quello che ha trovato nei cassetti della commissione Barroso.

I 300 miliardi di euro — cento l’anno — entro il 2018, possono sembrare, ma non sono una cifra propriamente imponente, per mezzo miliardo di europei. La precedente Commissione aveva quantificato le necessità di investimento nei settori strategici citati da Juncker in 2 mila miliardi di euro entro il 2020. Con la tabella di marcia di Juncker quell’obiettivo appare lontano. Ma anche 300 non sono lì da contare. Dove pensa di trovarli il successore di Delors e Prodi? Probabilmente, circa 80 miliardi sono quelli dei fondi strutturali Ue non ancora erogati e, quindi, tecnicamente ancora in cassa. Altri 180 miliardi di euro sono quelli che dovrebbe, potrebbe, ma ancora non ha messo, in larga misura, sul piatto la Bei, la Banca europea degli investimenti.
Questi fondi sono il risultato della ricapitalizzazione della Bei, decisa ormai due anni fa. Soldi che, attraverso l’effetto leva, possono moltiplicarsi. La Bei si è trovata in mano capitali freschi (veri e contanti, versati dai governi) per 10 miliardi di euro, ma questo le consente di emettere credibilmente titoli propri sul mercato per almeno 60 miliardi di euro. A loro volta, questi 60 miliardi, distribuiti fra vari progetti, sono in grado di mobilitare l’interesse di investitori privati, in una misura che gli esperti valutano di tre euro (privati) per ogni euro messo dalla Bei. Il risultato è, appunto, 180 miliardi. E gli ultimi 40 miliardi?
Potrebbero venire dai project bond, lanciati giusto due anni fa, insieme alla ricapitalizzazione della Bei. Niente a che vedere con gli eurobond ed un finanziamento comunitario del debito. Qui si tratta di incentivare investimenti privati, fornendo garanzie agli investitori. Il primo project bond ha circa un anno di vita: è un investimento da quasi un miliardo e mezzo di euro, in Spagna, sotto forma di deposito di gas. Come funziona? La Bei si impegna a intervenire per pagare tutti o parte degli interessi, nel caso che il promotore (privato) dell’infrastruttura costruita non sia in grado di far fronte ai suoi obblighi verso chi ha comprato le sue obbligazioni. Oppure, la stessa Bei presta soldi all’impresa costruttrice, ma accettando, in caso di fallimento, di essere pagata solo dopo gli altri investitori. Il progetto pilota lanciato, due anni fa, dalla Bei, prevedeva di impegnare complessivamente 230 milioni di euro, con l’obiettivo di mobilitare investimenti per 4,5 miliardi. Con lo stesso rapporto, battere cassa presso i governi per dare alla Bei un paio di miliardi di euro in tutto, basterebbe per mobilitare una quarantina di miliardi di investimenti.
Insomma, il piano Marshall di Juncker sembra fatto apposta per non spaventare i parsimoniosi tedeschi, chiedendo loro al massimo qualche centinaio di milioni. Ma l’ex premier lussemburghese è una vecchia volpe perché a que- sto notevole risultato ne accoppia un altro, inaspettato, ma altrettanto notevole. Se i project bond decollassero, gli investitori, assai più delle banche, sarebbero assicurazioni, fondi pensione, operatori a lungo termine, private equity. Insomma, una larga fetta di quel sistema bancario-ombra che, in Europa, ha a Londra la sua capitale. E la Londra del suo nemico giurato Cameron sarebbe la maggiore beneficiaria dell’attività finanziaria destinata a girare intorno alle nuove infrastrutture.
Elettrodotti che consentano di unificare le reti di Paesi diversi e di distribuire l’energia delle fonti rinnovabili.
Collegamenti ferroviari che aiutino l’integrazione europea. Unificazione e accelerazione dei 28 mercati online d’Europa. Quello che Juncker porta a strategie già note è un nuovo — e, per molti, indispensabile — senso di urgenza. Il nuovo presidente della Commissione assicura che un programma di lavoro per gli investimenti sarà pronto nel prossimo febbraio. I rischi, qui, non sono pochi e riguardano la scelta degli investimenti da incentivare.
Alcuni (un elettrodotto Francia- Spagna, i gasdotti che portino metano da Ovest ai paesi oggi strangolati dal monopolio Gazprom, la rete informatica italiana in fibra) sono facili. Altri meno. Ad esempio, la Tav Torino- Lione.
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