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Programmi alla prova della giustizia

Gennaio, mese di bilanci sulla giustizia. E quest’anno anche di programmi elettorali. L’agenda delle priorità non ha bisogno di fantasia né di input europei. A dettarla ci sono i dati aggiornati sulla giustizia, messi a punto per l’inaugurazione del nuovo anno giudiziario (domani la cerimonia in Cassazione). Dati che – pur nel bailamme dei diversi criteri di rilevazione – sono incontrovertibili: quasi 9 milioni di processi pendenti; sette anni la durata media di una causa civile, cinque quella del processo penale; 128.531 le prescrizioni; 66mila i reclusi nelle patrie galere, rispetto a 48mila posti disponibili. Nella sostanza, nulla di nuovo. La malagiustizia ci costa 1 punto percentuale di Pil, i tempi lunghi delle controversie commerciali (1.210 giorni in Tribunale) ci collocano tra i 20 Paesi peggiori dei 185 analizzati dal rapporto Doing Business della Banca mondiale e allontanano gli investimenti tanto quanto il proliferare della corruzione, che pesa sull’economia per 70 miliardi e per 1.000-1.500 euro su ogni cittadino, come tassa occulta.
Il ministro della Giustizia Paola Severino, però, è ottimista sul futuro, certa che le misure seminate daranno frutti nel medio-lungo periodo e che ci sarà continuità con la politica giudiziaria intrapresa. All’estero raccoglie molti apprezzamenti, ma anche preoccupazioni. «E adesso che succederà?» è la domanda ricorrente.
I programmi elettorali sulla giustizia (là dove ci sono) sembrano però improntati più alla discontinuità. Come nel caso della storica riforma dei Tribunalini, essenziale per l’efficienza della giustizia. In passato, nel capitolo “tempi lunghi” dei processi c’era sempre un riferimento alla riforma della geografia giudiziaria. Ora che è stata varata e si tratta solo di attuarla, prevale apertamente l’approccio critico. La riforma viene rilanciata ma in versione «corretta» rispetto all’attuale. Il Pd lo dice espressamente, proponendo di riaprire la partita su Tribunali e Procure soppressi. Il Pdl non la cita nel programma, ma fa fede quanto ha cercato di fare in Parlamento per rinviarne l’operatività. Ricominciare da zero significherebbe archiviarla, mentre ci sarebbe bisogno di un impegno – anzitutto politico – per garantirne la rapida attuazione.
Sulla corruzione, il leit motiv è invece quello di «una nuova legge». Mario Monti – che come capo del Governo chiese tre volte la fiducia in Parlamento, rinunciando a rafforzare il testo e a misurarsi con la sua maggioranza, in particolare con i veti del Pdl – ora dice addirittura che la legge «si è rivelata del tutto insufficiente». Perciò promette di «completarla», di rivedere il falso in bilancio, di introdurre il reato di autoriciclaggio e, naturalmente, una nuova disciplina della prescrizione per allungarne i termini, cioè la vera priorità inutilmente sollecitata finora da magistrati e organismi internazionali per una lotta efficace alla corruzione. Non a caso, la percentuale più alta delle prescrizioni, in Cassazione, riguarda i reati dei colletti bianchi. Di riforma parlano sia il Pd che Rivoluzione civile (Ingroia), prendendo nettamente le distanze dalla «ex Cirielli» (che dal 2005 ha dimezzato i tempi di prescrizione) per sostituirla con un altro sistema di calcolo. Obiettivo mancato dal centrosinistra nel 2006, che ora ci riprova. Sempre che abbia i numeri per farlo. Con Monti e Ingroia ci sarebbe convergenza, non con il Pdl. Nei 13 punti del programma berlusconiano, infatti, non si parla né di corruzione né di prescrizione ma piuttosto si punta (ancora una volta) su separazione delle carriere, modifica della responsabilità civile dei magistrati, limiti alle intercettazioni, inappellabilità delle sentenze di assoluzione. C’é però il carcere, e la ricetta è più lavoro ai detenuti e meno custodia cautelare, visto che il 40% dei clienti delle prigioni è in attesa di giudizio.
L’emergenza penitenziaria sarà anche al centro dell’anno giudiziario, sia per il ricorso troppo frequente al carcere da parte dei magistrati sia per una legislazione che ha via via ampliato l’arresto obbligatorio e che è frutto delle politiche leghiste sulla sicurezza. Perciò il Pdl, che con la Lega deve fare i conti, non si sbilancia sulle misure alternative alla detenzione (demonizzate dal Carroccio), la via maestra per ridurre il sovraffollamento e la recidiva, imboccata dalla Severino. Monti dice di voler continuare su questa strada e altrettanto fa il Pd in modo inequivoco. Senza escludere che, insieme a riforme strutturali, possa anche arrivare un’amnistia. Ci sta anche Ingroia, purché limitata a reati minori.

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