Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Progetti (e tanti soldi) per copiare Berlino: export al 50 per cento del Pil

Mentre ci si interroga sull’impatto che potrebbe avere il rallentamento cinese, l’export italiano cresce. E aumenta più della media europea, sia in assoluto (nel primo semestre, +5% contro +1,9%), sia soprattutto verso il mercato prescelto dal governo per la promozione, gli Stati Uniti (+28% rispetto alla media Ue di +15%). 
«Per questo è importantissimo non mollare», dice Licia Mattioli, presidente del comitato tecnico per l’internazionalizzazione di Confindustria. Non mollare significa, spiega l’imprenditrice, rafforzare — e non diminuire come è previsto — i fondi 2016 del piano per il made in Italy.
Quello che è in corso è stato un anno eccezionale sotto questo fronte, visto che il governo ha stanziato 260 milioni di euro, più di sei volte la media degli anni dal 2010 al 2014. Per il 2016 sono a bilancio 180 milioni. «Bisogna aumentarli di altri 60 milioni per non perdere quanto abbiamo fatto finora. L’attività di internazionalizzazione è come la semina, ha una gestazione lunga. Ma stiamo iniziando a vedere i primi risultati, non buttiamoli via». Invito accolto dal ministero dello Sviluppo economico, che ha già chiesto che la dotazione 2016 sia integrata.
D’altra parte, c’è un rapporto nuovo tra le imprese e il governo, almeno sul fronte dell’internazionalizzazione: «Per la prima volta — dice Mattioli — si è chiesto alle aziende di esplicitare di che cosa avessero bisogno, si sono fatte analisi di mercato preventive e si sono misurati i risultati a posteriori. Un approccio di carattere imprenditoriale».
Minoranze
Che le imprese allarghino i propri confini è essenziale. A dispetto dei numeri della nostra bilancia commerciale, infatti, i gruppi davvero internazionalizzati sono solo una esigua minoranza. «Ufficialmente abbiamo 210mila imprese esportatrici — dice Carlo Calenda, vice ministro dello Sviluppo economico a cui fa capo il commercio estero — ma quelle realmente internazionalizzate sono circa 14.500. Poi ci sono 59mila imprese saltuariamente esportatrici e con fatturati tra i 30 e il 40 milioni di euro, dimensioni che non consentono di stare su quei tre mercati necessari a garantire sicurezza». Oggi, infatti, succede che ci siano aziende, se non interi distretti, completamente dipendenti da una sola area geografica: se l’area va in crisi, è un dramma. Come è accaduto al distretto di Fermo, collegato quasi completamente alla Russia, cioè a un Paese che l’anno scorso si è fermato di colpo (-28,9% anche nel primo semestre di quest’anno) con le conseguenze del caso.
L’obiettivo è di portare più di 20 mila imprese all’estero come esportatori stabili. Gli strumenti a disposizione sono diversi. Accanto al piano straordinario per il made in Italy, costruito dal governo e gestito dall’Ice, si muovono altri due attori pubblici: Simest e Sace. Sono poco rilevanti, invece, i fondi strutturali europei (solo 20 milioni di euro per sostenere l’export del Sud).
Simest assiste le imprese italiane nel processo di internazionalizzazione e può entrare direttamente nel loro capitale fino a una quota massima del 49%. Sace assicura invece i rischi che un’azienda può correre sui mercati esteri. Per essere pratici: se un gruppo come Fincantieri ottiene una commessa dal governo cinese, Sace garantisce la stessa Fincantieri che quella commessa sarà pagata anche se il governo cinese dovesse tirarsi indietro.
Come si vede dal grafico, i numeri in gioco sono notevoli, quasi 14 miliardi di euro. Non si tratta, però, di denaro che pesa sulle casse dello Stato (esclusi i 260 milioni per il made in Italy), ma di un sistema di interventi diretti, di garanzie e supporti che dovrebbe portare sempre più imprese a giocare la propria partita sui mercati esteri. Un sistema che a questo punto deve evolvere. «Serve — dice il vice ministro Calenda — un unico interlocutore. Per questo adesso la nostra priorità è che Sace e Simest si uniscano dando vita a una unica holding. Anche Palazzo Chigi è d’accordo che questo sia l’atto più urgente da fare». Per Sace, in realtà, è ipotizzata la quotazione in Borsa, «ma anche in caso di un suo collocamento sul mercato per noi il progetto non cambierebbe».
Arriva da Palazzo Chigi anche l’input per una «export bank» a cui dare vita dopo la fusione Simest-Sace e che offra ulteriori servizi in modo da avere un unico soggetto che 1) entra nell’equity delle imprese, 2) fornisce garanzie, 3) fornisce credito. Ma questo è un passo più lontano e ancora tutto da vedere.
Potenziali
«Ciò a cui dobbiamo tendere — conclude il vice ministro — è diventare più indipendenti dalla domanda interna, come la Germania che ha una quota di export sul Pil del 50% mentre l’Italia è ferma al 30%». È anche in questa direzione che va il prossimo progetto, ancora da approvare, denominato «alti potenziali». Aziende di eccellenza tra i 50 e il 100 milioni di euro di fatturato a cui garantire un’assistenza «taylor made» per incrementarne la dimensione internazionale.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Cdp ha appena celebrato il più grande matrimonio del 2020, quello che ha portato alle nozze Sia (4,...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Era nell’aria, adesso c’è la conferma ufficiale: l’Opa del Crédit Agricole Italia è «inatt...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Iccrea esce dal capitale di Satispay ma non abbandona il fintech. L'operazione, anzi, ha l'obiettivo...

Oggi sulla stampa