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Profumo: «Pronti a qualsiasi operazione»

La voce di Alessandro Profumo appare tranquilla. Ma traspare il disappunto per trovarsi a essere a capo della banca europea messa in castigo nonostante quei 5 miliardi di aumento di capitale a giugno, la restituzione di 3 su 4 miliardi di Monti bond, l’aver rimesso in carreggiata un istituto che a pochi mesi dalla crisi finanziaria presuntuosamente aveva strapagato l’Antonveneta e aveva consentito alla politica di usarla se non proprio come bancomat come qualcosa di molto simile.
Ma oggi vi trovate a dover annunciare che esplorerete tutte le opzioni, e quindi anche una fusione con altri: appare come una resa, Mps è arrivato a fine corsa e potrebbe avere bisogno di un partner che tenti il salvataggio?
«Intanto la banca non ha bisogno di essere salvata, lo ha detto con chiarezza anche Banca d’Italia nella sua conferenza stampa. Siamo convalescenti e ci viene chiesto di correre i 100 metri in condizioni estremamente avverse. Abbiamo passato l’Aqr (il primo esame sulla qualità degli attivi, ndr), ma non lo stress test che prevedeva uno scenario avverso. Ora stiamo lavorando al Capital Plan, con l’obiettivo di renderlo solido, e valuteremo tutte, dico tutte, le opzioni strategiche».
Il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, la sta buttando in politica: colpa della sinistra – dice – che ha amministrato città e banca…
«La Banca centrale europea ci dice: “La qualità degli attivi della banca è ancora influenzata da tre elementi: la crescita degli impieghi nel periodo 2008-2010, la qualità dell’attivo della ex banca Antonveneta, il peso e qualità dell’attività creditizia sul territorio di riferimento della banca”. Insomma le scelte fatte nel passato pesano ancora molto. Penso che un rappresentante delle istituzioni oggi dovrebbe essere più focalizzato sul fatto che la banca in questi anni ha ottenuto questi risultati: un deleverage di oltre 45 miliardi di euro, rispetto a un attivo di oltre 240 miliardi a fine 2011; accantonamenti per perdite su crediti per circa 6,6 miliardi dal 2012 al 30 giugno 2014; una riduzione dei costi operativi per oltre 760 milioni; più commissioni per 200i. Operazioni che ci hanno consentito di rendere 3 dei 4 miliardi di Monti Bond».
Si dice che il premier stia seguendo in prima persona la vicenda che rischia di gettare ombre sulla capacità del nostro Paese di chiudere con un passato poco edificante.
«Il premier segue tutte le vicende che possono avere un impatto sulla credibilità del paese».
Ma lei se l’aspettava un giudizio così severo?
«Onestamente no, anche perché dobbiamo ricordarci che dal novembre 2013 siamo soggetti a un Piano di Ristrutturazione e che il manuale pubblicato a maggio diceva che lo stress test sarebbe stato effettuato sulla base di quel Piano. Banca d’Italia stessa dice che lo stress test non è stato basato sul piano. Inoltre, non mi pare che si sia tenuto conto del fatto che non tutte le banche sono allo stesso stadio del percorso di ristrutturazione. Noi siamo appena partiti, mentre alcune lo stanno applicando da più anni, anche da sei».
Si sente bocciato?
«No, penso che senza quello che abbiamo fatto in questi due anni e mezzo la banca non esisterebbe. Abbiamo passato, ricordiamocelo, l’Aqr con un Cet1 (il voto sul patrimonio ndr) del 9,5% che è più di quello che sarebbe previsto dal piano di ristrutturazione. La situazione di partenza era compromessa, tale da imporre un totale cambiamento di management e di governance. Sono 2 anni che lavoro per rimediare a questa situazione. No, non mi sento bocciato».
Discriminato?
«Perché dovrei sentirmi discriminato. Ho passato 15 anni del mio lavoro sognando un mercato unico con regole omogenee è un singolo supervisore, oggi che ci siamo, non cado nell’errore di dire stavamo meglio quando stavamo peggio».
Nel comunicato Bankitalia si intuisce un certo fastidio per gli scenari troppo severi per il sistema italiano?
«Certamente l’Italia esce da tre anni di recessione e pensare ce ne siano altri tre mi sembra francamente poco sostenibile. In questo caso il problema non sarebbe solamente il Monte dei Paschi, ma la tenuta sociale del Paese e dello stesso progetto europeo. Colgo l’occasione per ringraziare l’Autorità di Vigilanza nazionale per aver ricordato oggi le azioni intraprese durante la nostra gestione».
Lei conosce molto bene la Germania. Non ha la sensazione che ci sia stato una sorta di favoritismo nei confronti del sistema tedesco?
«Posso dire che in Germania gli aiuti pubblici alle banche sono stati di 250 miliardi, da noi di 4 e 3 li abbiamo resi».
Forse restituire prima i Monti bond è stato un errore?
«Abbiamo fatto un aumento di 5 miliardi, migliorando molto la qualità della nostra base di capitale e aumentandola di 2 miliardi. Se siamo stati autorizzati al rimborso vuol dire che tutti eravamo convinti che si potesse fare».
Quando ha deciso di tornare in una banca se l’aspettava una situazione così?
«No non me la aspettavo, ma questo mi dà ancora di più la convinzione di aver fatto bene. Senza il lavoro fatto, questa banca non ci sarebbe più».
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