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Profumo: così abbiamo imparato a vivere con Trump

Comincia dal convertiplano una breve chiacchierata con Alessandro Profumo, amministratore delegato del gruppo Leonardo.

Cosa si aspetta nel 2020 dal lancio del nuovo velivolo?

«Siamo i primi e gli unici a lanciare una versione per il mercato civile. Nel settore difesa c’è il V22 americano che però ha tecnologie, capacità e certificazioni differenti perché destinato a operazioni militari specifiche. Diciamo che c’è una comprensibile attesa oltre che l’orgoglio di un primato».

È così che si fa politica industriale? Partendo dal coraggio di innovare i prodotti? Che pensa del dibattito di queste settimane pubblico/privato?

«La politica industriale ha bisogno di orizzonti temporali lunghi per produrre dei risultati. Questo sia a livello di singole aziende sia di Paesi. Ma è anche vero che quando è solo programmazione di strategie senza darsi parametri di efficacia e di efficienza può fare danni. E noi italiani lo sappiamo. Situazioni come quello dell’Ilva o dell’Alitalia non dipendono solo dalle gestioni pubbliche».

Lei pensa che sia necessaria una nuova Iri per promuovere la politica industriale?

«Credo che un compito della politica sia dare l’indirizzo generale in termini di investimenti e obiettivi strategici. Come farlo sarà un passaggio successivo in modo coerente con gli obiettivi».

C’è chi, come Prometeia, sostiene che la politica industriale deve essere europea.

«Se aggiuntiva a una politica industriale nazionale non si può non essere d’accordo. L’Italia deve fare la propria parte. Poi un’industria europea forte, unita, competitiva e con una chiara politica è ancora più importante in questa fase di forte confronto (geopolitico, finanziario e tecnologico) tra potenze globali. Potrebbe essere opportuna una riflessione sulle regole — ad esempio antitrust e aiuti di stato —, coerentemente con gli scenari in continua evoluzione».

Politica industriale europea vuol dire anche grandi progetti comuni. Si dice che gli input monetari non bastano più per guidare la crescita e ci vogliono investimenti pubblici.

«Sicuramente ci vogliono investimenti sia pubblici che privati per sostenere la crescita e lo sviluppo. Inoltre, si deve porre attenzione al sostegno della domanda interna dei singoli Paesi. Se l’economia ristagna non ci si può basare su una crescita totalmente esogena».

I maliziosi dicono che con il commissario Thierry Breton alla Difesa i francesi faranno il pieno di commesse europee.

«È positivo che l’Europa abbia varato programmi come l’Edf e il Pesco e che, anche grazie all’azione svolta dagli europarlamentari italiani, sia stato definito in tre il numero minimo dei Paesi da coinvolgere per ciascun progetto. Voglio ricordare che la definizione delle “commesse” cioè la fase di acquisizione di sistemi e mezzi, sarà comunque demandata ai singoli stati nazionali. Ciò detto, in questa fase iniziale dedicata alla definizione di tecnologie, capacità e requisiti, ogni Paese rappresenterà in sede europea i propri legittimi interessi».

Parlamentari italiani per una volta uniti?

«Su alcune materie come la difesa sta prevalendo un orientamento di fondo tra gli europarlamentari che va al di là delle ovvie divisioni dovute all’appartenenza politica. E questo è positivo».

Siamo chiamati però a fare i conti con un imprevedibile Trump. Che effetti ha avuto la politica dell’amministrazione Usa sui mercati che interessano Leonardo?

«Posso dire che stiamo beneficiando dell’allargamento del bilancio della difesa americana, arrivato a livelli superiori al tempo della Guerra Fredda. In joint venture con Boeing abbiamo venduto 84 elicotteri all’esercito di Washington. La regola del Buy American in questo caso ci ha favorito e ripagato dell’investimento per la creazione di uno stabilimento produttivo negli Usa, che abbiamo fatto circa 10 anni fa. L’alleanza con un colosso americano come Boeing ci ha anche aiutato. Gli Usa, poi, sono anche molto aggressivi sui mercati internazionali, basta guardare il supporto che garantiscono a programmi export. Indubbiamente la loro forza deriva anche dall’avere alle spalle un mercato interno così ben presidiato».

Quindi è grato a Trump?

«I nostri successi negli Usa, con gli elicotteri ma anche con le attività di Leonardo Drs nell’elettronica, sono il risultato di gare che si basano sul miglior mix di prodotto, prezzo e servizio oltre che sul Buy American. Dal punto di vista interno certamente l’amministrazione ha ottenuto successi significativi come dimostrano anche i risultati sul terreno dell’occupazione. Mi è meno chiara la politica verso l’Ue. Un’Europa forte è il naturale alleato degli Stati Uniti. E l’Italia può svolgere il ruolo di pilastro europeo nel bacino del Mediterraneo, grazie anche a Leonardo».

Come si trova con il nuovo ministro degli Esteri, Luigi Di Maio?

«Leonardo ha una naturale vicinanza con il ministero degli esteri e con la rete diplomatica perché, anche come evidente dall’attualità, i settori difesa, sicurezza, spazio e cyber, rappresentano un consolidato strumento di geopolitica, di proiezione commerciale e di posizionamento strategico del Paese».

Chiudiamo con l’Italia e in particolare con il Sud dove il suo gruppo è presente. Ci sono state polemiche sul ruolo di Milano e c’è un tentativo di reinserire il Meridione nell’agenda politica. Dal suo osservatorio cosa vede?

«Personalmente riconosco la grande trasformazione che ha interessato Milano negli ultimi anni e il ruolo che la città svolge per lo sviluppo complessivo del Paese. Quanto all’impegno di Leonardo nel Meridione noi cerchiamo di essere costruttivi e di far crescere la nostra filiera con programmi specifici. Abbiamo varato, in collaborazione con l’università Federico II di Napoli, un campus a Pomigliano e cerchiamo di darci da fare. Ci troviamo però di fronte a un tessuto imprenditoriale debole. Mi piacerebbe fare nel Sud quello che vicino a Parma ha fatto il mio amico Andrea Pontremoli con la Motor Valley emiliana».

Un’ultima domanda. Cosa pensa dell’idea di fondere Leonardo e Fincantieri?

«Entrambi abbiamo più volte spiegato che un cambiamento di assetto non produrrebbe un significativo valore aggiunto per il cliente nazionale e per la nostra competitività internazionale. Abbiamo già strumenti collaudati di collaborazione per massimizzare le possibilità di successo nel mondo».

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