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Profitti in calo per i big europei

Tempi duri per le banche europee. Per i 18 istituti che entro il 13 novembre avevano pubblicato i risultati dei primi nove mesi, R&S-Mediobanca ha calcolato che il risultato netto complessivo è calato del 37,8%, nonostante la flessione del margine di intermediazione sia stata contenuta (-1,7%) e così le rettifiche su crediti (-4,5%). L’ultima riga del conto economico riflette anche il contraccolpo contabile di un fatto positivo: il miglioramento del merito di credito delle banche. Questo fa sì che le passività degli istituti in circolazione (bond in particolare), contabilizzate al prezzo di mercato, si rivalutino, rendendo più oneroso il loro eventuale riacquisto. Delle 18 banche considerate, solo sei hanno registrato un miglioramento del risultato netto. UniCredit, in particolare, è tornato in attivo, grazie al venire meno delle svalutazioni di avviamenti e alle plusvalenze lorde sul riacquisto di titoli propri per 756 milioni. La stessa pratica ha portato 601 milioni di plusvalenze anche a Intesa-Sanpaolo.
Il rischio sovrano
Lo studio di R&S contiene anche un’interessante analisi del comportamento delle banche riguardo ai titoli di Stato dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). A fine giugno i venti maggiori istituti continentali detenevano complessivamente 276 miliardi di bond dei cinque Paesi “periferici”, 49 in meno dell’anno prima. In particolare ad alleggerirsi sono state le banche francesi, che erano anche le più esposte: -47,46 miliardi il saldo netto. Venditori netti anche gli istituti britannici per 14,85 miliardi.
Più di tutti sono calati i titoli italiani (-22,5 miliardi) e i greci (-19,7 miliardi), questi ultimi quasi del tutto scomparsi dai conti. A scaricare i portafogli di BTp sono stati in particolare il Crédit Agricole per 14 miliardi (di cui 10 relativi alle attività assicurative del gruppo), e Bnp Paribas per 8,9 miliardi. A metà anno Rbs aveva invece un’esposizione netta negativa sui titoli del Tesoro, con uno short sul trading di 526 milioni, 405 milioni di titoli disponibili per la vendita e credit default swap (cds) per 100 milioni. Al contrario Deutsche Bank ha aumentato l’esposizione su Roma, da 355 a 1.829 milioni, mantenendo però ancora una posizione scoperta nel portafoglio di trading per 1.043 milioni (rispetto ai 3 miliardi del 30 giugno 2011).
Le cessioni nette di titoli di Stato italiani sarebbero risultate anche superiori se non ci fosse stato il “soccorso” nazionale di Intesa-Sanpaolo che ha utilizzato il 39% dei 36 miliardi di liquidità ottenuti dalla Bce con le aste Ltro per comprare obbligazioni del Tesoro. Anche sui Bonos spagnoli (-3,3 miliardi) si è aperta la rete del Santander che, acquistandone per 7,8 miliardi, ha compensato le vendite degli istituti transalpini.
I crediti dubbi
Nel primo semestre le svalutazioni crediti sono cresciute nel complesso dell’1,1% (400 milioni per le venti big europee), passando dal 14% al 15,1% dei ricavi. La media nasconde però due fenomeni divergenti: le banche inglesi infatti le hanno ridotte del 25,1%, le altre le hanno aumentate del 22,7%. Le banche italiane, nel complesso, mostrano un’incidenza dei crediti dubbi rispetto agli impieghi del 12%, più del doppio rispetto al 5,1% della media europea, e un tasso di copertura tramite accantonamenti del 47,7% rispetto al 50,8% della media continentale. In Italia, segnala lo studio, la prassi a riguardo è improntata alla prudenza, mentre anche il trattamento fiscale delle svalutazioni crediti è relativamente penalizzante.
Ciò detto, la situazione è molto diversificata tra le banche tricolori. Le più coperte sono le due big nazionali: Intesa-Sanpaolo vanta un tasso di copertura dei crediti dubbi tramite garanzie del 71,7% e accantonamenti in bilancio che sono pari al 42,7% delle poste a rischio (escluso, questa volta, il cosiddetto fondo generico); UniCredit è al 67,9% sul primo tasso e al 43,8% sul secondo. Le più “scoperte” sono invece due banche locali: Carige che ha accantonamenti pari solo al 26,6% dei crediti dubbi e crediti dubbi garantiti al 43,1%; e Bpm che ha accontonamenti per il 28,6% e garanzie per il 63,5% degli impieghi a rischio.
Le regole di Basilea
Un accenno alle nuove regole di vigilanza. Sui rispettivi dati di fine giugno, Intesa e UniCredit hanno stimato che con Basilea 3 avrebbero entrambe un common equity del 9,2%, che le proietterebbe al top per solidità “certificata” in Europa. Intanto si possono fare i conti con Basilea 2,5. Nel 2011 le regole più stringenti hanno fatto emergere 367 miliardi in più di attivi a rischio tra le venti banche considerate (54 miliardi solo per Deutsche Bank), compensati da un’analoga riduzione degli attivi per 380 miliardi.
Il prezzo degli scandali
Dai conti del semestre emergono infine oneri “particolari” relativi soprattutto alle banche britanniche, che tra l’altro anche nella prima metà di quest’anno hanno dovuto rimborsare i clienti per 3,7 miliardi a fronte della vendita surrettizia di coperture assicurative su finanziamenti al consumo e mutui. Barclays ha dovuto pagare 360 milioni di multa per lo scandalo della manipolazione del Libor; Ing ha dovuto stanziare 440 milioni a copertura di possibili sanzioni per attività di riciclaggio e Hsbc per lo stesso motivo 560 milioni fino a giugno e altri 635 milioni nel terzo trimestre 2012 (inchiesta avviata dagli Usa).

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