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Il tuo profilo? Vale meno di 2 centesimi

Nel linguaggio del nuovo mondo digitale, la parola «persona» sta sparendo. L’individuo è sempre più un «utente». Oppure un «surfer», che è il termine per indicare colui che naviga su Internet. Così un qualunque servizio che abbia a che fare con la rete non è più pensato per le persone, ma per gli utenti. E uno spazio su un social network non è semplicemente un luogo virtuale, ma è un profilo.
I nuovi dizionari raccontano molto bene i processi in atto. Utente e profilo sono terminologie figlie dell’era dei grandi dati. Un meccanismo a ciclo continuo del quale gli attori protagonisti siamo tutti noi. Ogni giorno, ognuno di noi contribuisce a creare massicce moli di dati che le società di marketing trasformano in business e che da molti sono considerate il nuovo petrolio.
Quando decidiamo di cercare un prodotto online, di mettere un like su una pagina di un post di un social network, di ascoltare una canzone o vedere un film su una piattaforma di streaming, di sottoscrivere una carta fedeltà, in realtà stiamo disegnando e consegnando il nostro profilo, le nostre abitudini, a società di marketing che si occuperanno di aggregare i dati che abbiamo prodotto per rivenderli. Ogni giorno decine di aziende che si occupano di pubblicità comportamentale (cioè di tecniche capaci di incrementare l’efficacia di una campagna pubblicitaria), ci pedinano online. E a meno che non siate maniaci della privacy e utilizziate software che impediscono il tracciamento del vostro indirizzo IP, questa storia vi riguarda.
In Rete esistono servizi come quello offerto dal sito youronlinechoices.com in grado di stabilire, per ogni indirizzo IP, quanto sia profondo il tracciamento dell’utente da parte di queste società. Mediamente sono almeno ottanta le aziende che, grazie al comportamento online di un utente, riescono ad agganciare il suo indirizzo Ip e a seguirne i passi, scoprendone affinità e abitudini. Da qui nasce un giro d’affari che in Europa ha toccato quota 60 miliardi di euro nel solo 2016, secondo uno studio affidato dalla Commissione Europea a DG Connect. Un mercato molto florido, dunque, che si muove anche in Italia. La conferma arriva da Carlo Vercellis, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Big Data & Business Intelligence del Politecnico di Milano: «Sì, esiste un “mercato” dei dati tra le aziende italiane. È un mondo molto sommerso e non ufficiale. Più precisamente possiamo dire che esistono società localizzate in Italia, ma anche e soprattutto all’estero che offrono servizi di questo tipo».
Ma quanto costano i dati comportamentali? Di fatto non esiste un tariffario vero e proprio. La vendita online di dati è ormai schizofrenica, e spesso finisce nei meandri del deepweb dove pacchetti di milioni di dati vengono venduti a pochi dollari. Su siti più ufficiali (come Towerdata), invece, abbiamo provato ad acquistare 10mila indirizzi email contenenti cinque parametri personali: gli anni, il sesso, i libri letti, le automobili preferite e gli sport seguiti. Il costo totale è di 164 dollari, e cioè 1,6 centesimi di dollaro per ogni singolo indirizzo mail. Qualche mese fa, inoltre, ha fatto molto discutere una ricerca di Amnesty International che ha tirato in ballo la piattaforma Exact Data, sulla quale erano in vendita i dati di 1,8 milioni di utenti musulmani a circa 126mila euro (7 centesimi per utente).
All’interno di questo contesto, va detto che di siti che offrono pacchetti di dati ne esistono a decine. Uno dei più importanti in assoluto è Acxiom, che detiene informazioni relative a mezzo miliardo di persone (anzi, di utenti) in giro per il mondo. «D’altra parte – spiega Vercellis – ognuno di noi costituisce sempre più un “data point”, un generatore di dati, troppo interessante sotto il profilo del marketing e delle opportunità commerciali per non suscitare gli appetiti di vendor nei diversi settori. Probabilmente sarebbe meglio concentrarsi sulla tutela delle informazioni davvero sensibili come quelle riguardanti la salute e le opinioni politiche)».

Biagio Simonetta

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