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Professionisti nel labirinto della «voluntary»

La legge 15 dicembre 2014, n. 186, che disciplina la nuova procedura di collaborazione volontaria, reca profili di particolare interesse che vanno ben oltre le pur rilevanti attese di gettito. In effetti, tale provvedimento, a mio modo di vedere, deve essere letto in una logica sistematica, in rapporto con le ulteriori e, altrettanto importanti, innovazioni normative, rivolte tutte a un miglioramento dei rapporti tra fisco e contribuente. Innovazioni finalizzate alla creazione di un più evoluto modello di tax compliance, in cui vanno a innestarsi, in favore del contribuente, nuovi e penetranti strumenti di analisi e interpretazione delle norme tributarie, da attuare in condivisione con la stessa Amministrazione finanziaria. 
In tale prospettiva devono essere lette le nuove disposizioni in materia di cooperative compliance, di ruling internazionale o di interpello per i nuovi investimenti. L’idea di fondo è, infatti, quella di predisporre un set di norme che consenta al contribuente e all’Amministrazione di “accordarsi prima” sulla corretta applicazione delle disposizioni fiscali, notoriamente complesse e mutevoli, ad una realtà economica, a sua volta, complessa e mutevole.
Un quadro definito
Detto ciò, non può tacersi che, per molto tempo, il contesto di riferimento non è stato chiaro, in quanto la mancata attuazione della delega fiscale ha costituito un ostacolo insormontabile al decollo della iniziativa di regolarizzazione e rientro dei capitali illegittimamente detenuti all’estero, non essendo definito neppure l’arco temporale oggetto della regolarizzazione. Il quadro di riferimento, però, a questo punto, può dirsi in gran parte completato: molte delle principali variabili che erano in grado di incidere sulle scelte dei contribuenti, in tema di convenienza ad attivare la nuova procedura di collaborazione volontaria, sono conosciute.
Ad esempio, è ormai chiaro come non siano accertabili ex articolo 43 del Dpr 600/1973 e 57 del Dpr 633/1972, i periodi d’imposta anteriori al 2010 (o al 2009, in caso di omessa dichiarazione) e, in tema di monitoraggio fiscale, i periodi d’imposta anteriori al 2009. Allo stesso modo, è ormai pacifico che, anche ai fini penali, non sarà possibile attivare, in relazione alle violazioni commesse nel 2008 e 2009, autonomi procedimenti che, magari, trovano origine proprio nella istanza per l’accesso alla nuova procedura di collaborazione volontaria.
Punti ancora oscuri
Certo, continuano a preoccupare gli adempimenti gravanti sui professionisti che stanno svolgendo un ruolo rilevantissimo ai fini della emersione e del rientro dei capitali illegittimamente detenuti all’estero. In effetti, malgrado l’apprezzabile ma parziale sforzo interpretativo compiuto dal dipartimento del ministero dell’Economia e delle Finanze, l’applicazione della disciplina sta creando alcuni dubbi interpretativi con riferimento agli obblighi e alle responsabilità gravanti su coloro che svolgono attività di consulenza nei confronti dei soggetti che intendono avvalersi della voluntary.
In particolare, non è chiaro se i professionisti indicati nelle lettere a), b) e c) dell’articolo 12, comma 1, del Dlgs 231/2007 (avvocati, notai, commercialisti, consulenti del lavoro, responsabili dell’assistenza fiscale di Caf) debbano ottemperare agli obblighi di segnalazione di operazioni sospette previsti dalla disciplina antiriciclaggio ovvero se siano invece esonerati, dopo il conferimento del mandato, da tali obblighi ai sensi dell’articolo 12, comma 2, del citato decreto. In proposito, la predetta disposizione, andrebbe correttamente intesa nel senso che l’obbligo di segnalazione di operazioni sospette non sussiste qualora i professionisti operino non solo nell’ambito di una difesa giudiziale, ma anche nel caso in cui: gli stessi forniscano una mera consulenza (si veda l’espressione «nel corso dell’esame della posizione giuridica del loro cliente» e quella, successiva, «compresa la consulenza»); l’attività sia finalizzata a evitare ab inizio qualunque tipo di procedimento giudiziario (si veda l’espressione della norma medesima «sull’eventualità di (…) evitare un procedimento»).
In effetti, la voluntary disclosure è un istituto volto proprio alla preventiva composizione di potenziali contenziosi che si attiverebbero in relazione a investimenti illegittimamente detenuti all’estero. In sostanza la ratio sottesa alla norma è pienamente rispettata, in quanto la consulenza resa in relazione alla nuova procedura di collaborazione volontaria consiste nell’esame della posizione giuridica del cliente, finalizzata a valutare l’opportunità anche di evitare un procedimento giudiziario; vale a dire quello che si attiverebbe per effetto del successivo atto di accertamento che l’Amministrazione potrebbe emettere.

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