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Professionisti, fuori da Unico ristoranti e alberghi «spesati»

Dal prossimo anno, le spese alberghiere e di vitto sostenute direttamente dal committente in favore del professionista non costituiranno più compenso in natura per quest’ultimo: di conseguenza, risulteranno sin dall’origine deducibili (secondo le regole ordinarie) dal reddito del committente.
La procedura di riaddebito
L’articolo 10 del decreto semplificazioni (Dlgs 175/2014), riscrivendo il secondo periodo del comma 5 dell’articolo 54 Tuir, archivia la controversa procedura prevista dalla circolare 28/E/2006, che prevede il riaddebito analitico in fattura da parte del professionista delle spese anticipate dal committente, il quale – solo a questo punto – può imputare a costo la prestazione ricevuta e le spese accessorie.
Fino a quel momento la fattura, intestata al committente ma contenente l’indicazione del professionista che ha fruito dei servizi di vitto e/o alloggio, viene trattata come un mero acconto, ed è trasmessa al professionista affinché provveda ad aggiungerne l’importo alla propria parcella. Così facendo, quest’ultimo può dedurre integralmente il costo, senza le limitazioni previste dallo stesso articolo 54 su queste tipologie di spese.
Questa serie di adempimenti (che cessa dal 2015) non ha alcun effetto “tangibile” per l’Erario – tanto è vero che la stessa relazione tecnica afferma che l’intervento non ha ricadute in termini di gettito – ma ha sicuramente un costo amministrativo per professionisti e imprese, oltre che conseguenze marginali sugli importi collegati ai volumi d’affari (cassa previdenza, assicurazioni, eccetera.). Peraltro, l’inesistenza di danno erariale dovrebbe indirizzare al buon senso le verifiche sui comportamenti tenuti sino a tutto il 2014.
La regola dal 2015
Venendo meno la procedura del riaddebito, la spesa costituirà (fin da subito) un componente negativo di reddito per il committente, deducibile secondo le ordinarie regole di competenza e inerenza (quest’ultimo requisito, in particolare, andrà misurato sulla motivazione che ha indotto l’impresa a sostenere determinati costi per ospitare il professionista). Di converso, il professionista non inserirà la spesa nella propria contabilità, e fatturerà esclusivamente il compenso pattuito.
Le spese di viaggio: il nodo
Vanno, tuttavia, evidenziati alcuni aspetti critici. Il decreto tratta delle spese di vitto ed alloggio, trascurando (come già accadeva nel testo sostituito) le spese di viaggio. Occorre chiarire, in via di interpretazione sistematica, che se una impresa paga il biglietto del treno o dell’aereo al professionista che si reca in tribunale o in commissione tributaria per tutelarne gli interessi, il relativo importo costituisce, esattamente come il vitto e l’alloggio, un costo inerente per il committente e nulla ha a che fare con il compenso del professionista. Qualora si optasse per una scelta differente – mantenendo per le spese di viaggio l’impostazione che collega il sostenimento del costo da parte del committente a una fonte di reddito in natura per il professionista – si creerebbero solo problemi. Spese del tutto simili sarebbero soggette a un regime tributario differente, senza alcuna giustificazione al di là del dato meramente letterale. Inoltre, la creazione di questo doppio regime andrebbe in senso contrario alla volontà del legislatore che ha chiaramente fatto intendere di voler semplificare il trattamento di queste spese.
Se paga il professionista
Anche dal 2015, qualora il professionista sostenga personalmente le spese in esame – che siano di viaggio, vitto o alloggio – esse verranno dedotte (come già oggi) nei limiti previsti dall’articolo 54 Tuir.
Tuttavia, pare poco razionale che queste limitazioni si mantengano anche nel caso in cui l’accordo preveda l’addebito analitico in fattura delle spese sostenute (circolare 11/E/2007, paragrafo 7.3), poiché, in questa ipotesi, nonostante un compenso imponibile al 100%, il professionista (e, interpretando rigidamente, anche l’impresa) subisce una deducibilità ridotta.
Una soluzione: si potrebbe consentire, in caso di riaddebito analitico, la deducibilità integrale per il professionista, in modo che le limitazioni restino solo con riferimento all’ “utente finale” della prestazione (il committente). Il principio è già stato avallato dall’Agenzia nei rapporti di mandato (risoluzioni 309/E/2008 e 162/E/2009). Una soluzione alternativa consiste nel rendere irrilevanti per il professionista, tanto dal lato attivo quanto da quello passivo, le spese analiticamente riaddebitate (circolare Irdcec n. 37/IR/2014).

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