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Professionisti, deriva in agguato

In queste ultime settimane, ricche di proteste e di proposte, abbiamo toccato con mano la solitudine del professionista. Mentre il governo si accingeva ad assestare provvedimenti che colpivano sotto la cintola il lavoro autonomo e intellettuale, tra compiaciute articolesse e acute riflessioni sull’utilità dei professionisti in Italia dei più brillanti editorialisti dei grandi media nazionali, ci siamo sentiti circondati, isolati, respinti.

Come se una mano invisibile volesse fare terra bruciata intorno a un sistema di competenze e di saperi eretto, fino a prova contraria, a garanzia dei cittadini. Al netto di una crisi che non sembra intenzionata ad allentare la presa, il senso di smarrimento che si abbatte sui liberi professionisti diventa ancor più profondo davanti a uno contesto economico e politico, che mira a livellare verso il basso il mercato dei servizi professionali. Non esattamente un mercato con regole certe e chiare, bensì un mercimonio dove non conta più la qualità della prestazione (se ha ancora senso parlare di qualità), gli anni di studio e di formazione professionale continua: vale solo il prezzo da pagare, con l’inevitabile corollario della corsa al ribasso. La logica del low cost ormai permea i bandi di gara a evidenza pubblica come i rapporti economici tra professionisti e clienti; vige per la costruzione di un ponte (salvo poi aprire commissioni d’inchiesta quando si verifica un incidente), come nella gestione contabile e fiscale di un’impresa (con gli eventuali ineluttabili strascichi legali che comporta). Tocca i giovani alle prime armi come i professionisti dal lungo curriculum. A ben guardare, però, tutto quello che viene sottratto al lavoro del professionista si trasforma in un costo occulto che grava sull’intera collettività, con buona pace della propaganda sulle liberalizzazioni. Senza voler apparire autoreferenziali, l’impoverimento pilotato delle prestazioni professionali pone un duplice problema, cui finora nessuno sembra intenzionato a dare, nei fatti, una risposta. Il primo tocca i professionisti; il secondo i cittadini. In uno scenario economico fortemente caratterizzato da una contrazione della domanda, anche per quelle prestazioni essenziali come la salute o le cure odontoiatriche, i liberi professionisti per poter rimanere sul mercato sono sempre più sollecitati a investire non solo sulle loro competenze professionali, ma anche a dotarsi di software, strumenti e apparecchiature ormai divenute indispensabili per garantire al cittadino una prestazione ad alto valore aggiunto. Ma qui si crea il primo corto circuito, che impatta sui ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione e dei privati, con le difficoltà legate all’accesso al credito da parte delle banche e con l’assoluta mancanza di misure di sostegno per un settore economico completamente trascurato, quando non penalizzato, dalle politiche di sviluppo del Paese. In prospettiva, si potrebbe tranquillamente affermare che il lavoro professionale sia destinato all’estinzione. Sicuramente, oggi, versa in uno stato di calamità innaturale.Ancor più grave, però, risulta l’effetto che la spersonalizzazione della prestazione professionale avrà sui cittadini. Nonostante gli sforzi e la professionalità di chi ci crede ancora, clienti, pazienti, imprese e la p.a. dovranno accontentarsi di prestazioni standardizzate, magari scaricate da Internet, per risolvere i loro problemi con la salute, la progettazione di una casa, la gestione del personale o con la giustizia. Ma qui si crea il secondo corto circuito, che sbatte contro il muro della burocrazia, degli adempimenti amministrativi e contro tutta quella giungla di procedure che hanno un costo altissimo sia in termini economici che di tempo per qualsiasi cittadino. Senza dubbio, siamo di fronte a una fase di transizione epocale per il complesso sistema delle libere professioni, entità economica riconosciuta a tutti gli effetti in Europa, ma ancora fuori fuoco nel quadro politico italiano. Le recenti manifestazioni e le campagne di mobilitazione promosse da Confprofessioni per protestare contro la miopia di alcuni provvedimenti varati dal governo hanno avuto un riscontro senza precedenti, ma soprattutto hanno aperto gli occhi a migliaia di professionisti che ora sono chiamati in prima persona a elaborare proposte e modelli di sviluppo sostenibili in un’economia che non ripudia il capitale, ma che sa dare il giusto merito alle competenze. Una strada inesplorata e tutta in salita.

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