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Professionisti alla sfida della «prova digitale»

Le informazioni dettagliate nei profili dei social network. Le conversazioni via mail. E, più in generale, le tracce lasciate su internet possono essere utilizzate in tribunale. Internet, infatti, con la mole di dati che raduna, sta rivoluzionando il processo di formazione delle prove. Tanto da avere incrementato l’attività investigativa preventiva da parte di notai, avvocati e consulenti in generale.
Per i professionisti è importante studiare il mondo digitale, anziché evitarlo, perché sul piatto adesso non c’è più solo la violazione della privacy, reale o presunta, da parte degli internet service provider o degli utenti della rete, ma anche la competitività dei professionisti che devono essere in grado di rispondere alle esigenze dei clienti. Vediamo come.
L’anonimato
Intanto, non esistono applicazioni in grado di garantire l’anonimato in ogni sua forma. Anche applicazioni come Snapchat e Dusty, ad esempio, permettono alle forze dell’ordine di recuperare manualmente i messaggi, salvati nel server centrale, che devono restare a disposizione per esigenze di giustizia.
In Italia i dati del traffico telematico dovrebbero essere salvati per 12 mesi, ma quando la società ha sede in Paesi extra Ue, come Facebook, il periodo di conservazione si riduce drasticamente, da 30 a 90 giorni. Per questo motivo l’acquisizione della prova digitale da parte dei professionisti incaricati può diventare decisiva.
Da non dimenticare, poi, che reati come la diffamazione, puniti penalmente in Italia, non lo sono ad esempio in altri Paesi, tra i quali l’America. Non essendoci la condizione di reciprocità, necessaria per eseguire richieste di carattere istruttorio penale e civile, le autorità straniere non sempre collaborano con quelle italiane, vanificando di fatto le indagini in corso.
La posta elettronica
In Italia non ci sono ancora linee guida precise per le indagini digitali. Così, negli ultimi anni la prassi ha consolidato delle regole di condotta che servono a salvare su supporto durevole pagine web, conversazioni mail e profili facebook, perché la stampa di un documento digitale, oltre a non essere sufficiente, può essere incompleta e non aiutare le indagini.
Il salvataggio delle prove digitali può essere suddiviso in tre settori principali: mail, siti web e profili social.
È buona regola salvare ogni mail comprensiva di intestazione (header) o salvare il messaggio integrale in formato Eml. Oltre alla data e all’orario di invio, questo metodo di salvataggio potrebbe consentire di individuare l’indirizzo Ip dell’autore del reato. In generale, premere il tasto «mostra originale» consente di avere codici numerici utili all’attività di indagine, anche se le modalità di salvataggio cambiano a seconda del l’account utilizzato. Tuttavia a oggi, dal punto di vista scientifico, ciò che garantisce che la copia di un file è identica all’originale e che quindi non è stata alterata è la procedura di hashing (eseguibile da un tecnico) oppure la procedura di autenticazione notarile (si veda l’articolo pubblicato a fianco), svolta spesso con l’ausilio di esperti informatici, in grado di attribuire alle pagine web la stessa efficacia probatoria degli originali.
Pagine web e social network
Per la formazione della prova, è sicuramente più efficace eseguire lo screenshot di una pagina web piuttosto che limitarsi a stamparla. Inoltre esistono molti programmi – anche open source – che consentono di salvare su supporto durevole una pagina web, compresi i contenuti e gli eventuali link che potrebbero essere utili a fini di indagini (tra i programmi gratuiti HtTrack, Hashbot, Faw Project). È importante che venga esportato il codice Html della pagina e che siano indicati gli hash di ogni file.
Fonte pressoché inesauribile di prove utilizzabili in giudizio sono poi gli oltre 250 social network attivi in Italia. Anche in questo caso la prova deve essere raccolta seguendo le best practices del settore.
Oltre alle credenziali di accesso dell’account (reperibili dalle informazioni generali della pagina facebook), è importante individuare l’Id dell’utente e salvare la pagina su supporto durevole, ad esempio su un cd. Anche in questo caso esistono programmi open source che consentono di recuperare i dati identificativi degli utenti, anche di chi si muove in anonimato o con un nickname (come Facebook Profile Saver).
Sempre sul professionista grava l’onere di verbalizzare ogni operazione effettuata nel l’interesse del cliente per garantire la cosiddetta catena di custodia, ovvero che le attività di indagine non abbiano alterato il dato originale.
Alla fine, però, mentre i giudici hanno acceso molti fari sul l’acquisizione della prova digitale, permane la vulnerabilità del sistema nel suo complesso. Circa il 21% degli attacchi informatici resta infatti di difficile individuazione.

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