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Professioni al test del mercato unico

Un’Europa senza frontiere per i professionisti? Il puzzle è ancora incompleto, ma sta per aggiungersi un nuovo tassello che potrebbe contribuire a rimuovere alcune barriere ingiustificate in futuro. A giugno approderanno alla riunione plenaria dell’Europarlamento, per l’approvazione definitiva, le nuove regole contenute nella direttiva sui «test di proporzionalità». Non si tratta di un tentativo di armonizzare le varie discipline delle professioni – che restano una prerogativa nazionale – ma vengono introdotti criteri comuni e obbligatori per valutarne l’impatto distorsivo potenziale sul mercato unico. La normativa esistente non cambia, ma prima di inserire nuove regole o di modificare quelle già esistenti ciascun Paese dovrà verificare il rispetto di alcuni standard uguali per tutti, per evitare norme non necessarie, oneri ingiustificati di accesso ed eventuali discriminazioni sulla base della nazionalità che ancora imbrigliano la libertà dei professionisti a esercitare l’attività in un altro Paese.
La proposta di direttiva è stata presentata dalla Commissione Ue nel gennaio dello scorso anno e il testo originale ha subìto numerose modifiche, fino al compromesso raggiunto a fine marzo tra l’Europarlamento e il Consiglio Ue che concede ai Paesi membri qualche margine di manovra in più nell’applicazione delle nuove regole. «La proporzionalità – sottolinea il relatore del provvedimento al Parlamento europeo Andreas Schwab – è uno dei princìpi cardine dell’Europa, ma non è rispettata da tutti allo stesso modo. In futuro, però, non ci saranno più alibi, perché tutti i Paesi avranno l’obbligo di effettuare questi test seguendo gli stessi criteri». La direttiva avrà dunque un impatto significativo in caso di modifica delle regole di accesso alle oltre 5mila professioni regolamentate in Europa, che riguardano in media un occupato su cinque. Si va dalle 76 della Lituana alle oltre 500 della Bulgaria (in Italia sono 181) secondo la banca dati della Commissione Ue che raccoglie le informazioni aggionate periodicamente dai Paesi membri sulle professioni a cui si accede con il possesso di qualifiche specifiche o mediante l’iscrizione agli Albi. Dagli attuari agli zootecnici, passando per i commercialisti, gli avvocati e gli estetisti.
Se otterrà l’ok dell’Europarlamento, il testo dovrà poi essere approvato dal Consiglio Ue (con ogni probabilità il 26 giugno) ed entrerà in vigore venti giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale europea. A quel punto la “palla” passerà ai governi che dovranno recepire le nuove norme nella legislazione nazionale entro due anni.
I Paesi membri dovranno effettuare il test per tutte le professioni, anche quelle sanitarie, che rappresentano il 40% delle attività regolamentate in Europa e avevano chiesto di essere escluse. Per loro il testo di compromesso ha introdotto un riferimento specifico al principio della tutela della salute pubblica che dev’essere considerato nello svolgimento del test e ha concesso un certo margine di discrezionalità per assicurare un’alta qualità del servizio e una fornitura sicura di medicinali. «Siamo soddisfatti delle modifiche apportate che riconoscono la natura specifica delle professioni sanitarie. Sarà importante verificare che gli Stati membri tengano conto di questi princìpi durante il recepimento della direttiva» dice Ilaria Passarani, segretario generale del Pgeu, l’Organizzione dei farmacisti europei. Anche dal Consiglio dei dentisti europei (Ced) e dalla rappresentanza dei medici a Bruxelles (Cpme) sono arrivati segnali di apprezzamento per il compromesso, che cerca il giusto equilibrio tra gli obiettivi economici e la necessità di salvaguardare la salute pubblica.
Il documento pronto per l’approvazione definitiva ribadisce inoltre la competenza degli Stati membri sui sistemi di formazione. «Con queste modifiche – afferma Gaetano Stella, vicepresidente del Ceplis (Consiglio europeo delle professioni liberali) – il testo può andare bene. È giusto che ci sia una maggiore mobilità delle professioni in Europa e che vengano rimossi gli ostacoli ingiustificati, ma l’eliminazione totale delle barriere non è possibile perché ogni Paese ha le sue regole, come quelle della formazione, che devono essere preservate».

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