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Produzione industriale giù di oltre il 50%

Il senso del dramma è tutto in quella mancanza di equilibrio. Con una curva della produzione schiacciata in modo innaturale verso l’alto, a presentare oscillazioni impercettibili e indecrittabili attorno a quota 100.

Garantire un sostegno adeguato a imprese e famiglie è l’indicazione finale del report, con l’alternativa rappresentata da un impoverimento generale e duraturo. Così profondo da riportare i livelli di ricchezza indietro di 40 anni.

Scelta grafica necessaria per aprire lo spazio alla brusca discesa degli ultimi due mesi, l’abisso che tra febbraio e aprile va a dimezzare la produzione manifatturiera nazionale.

Le stime del Centro studi di Confindustria lasciano pochi dubbi sulla profondità di impatto del virus sulla manifattura nazionale, con una produzione che dopo aver ceduto un quarto del proprio volume tra febbraio e marzo aggiunge una perdita analoga nel mese successivo, periodo interamente coinvolto dal lockdown varato via Dpcm lo scorso 22 marzo.

Se destagionalizzare il dato in queste condizioni, pur con metodiche straordinarie per trattare le nuove osservazioni, pare impresa quanto mai ardua, nessun sollievo arriva però da una lettura diversa, con il confronto annuo a quantificare il dramma dell’industria italiana più o meno nella stessa misura: un calo di oltre il 45% rispetto ad aprile 2019. Caduta senza precedenti nelle serie storiche – si legge nella nota Csc – legata a due fattori diversi. Da un lato il blocco dell’attività manifatturiera deciso nel Dpcm dello scorso marzo, che fino alla fine di aprile ha coinvolto in media il 60% dell’industria. Affidando ad una manciata di settori Ateco e alle eccezioni prefettizie (circa 200mila) il compito di mantenere acceso il motore del Paese rendendo meno amare le già apocalittiche medie.

Restrizioni all’offerta innestate su una domanda interna indebolita dalla chiusura di molte attività del terziario e dai vincoli alla mobilità individuale, così come azzoppata dalle misure di contenimento anti-virus è stata la richiesta di made in Italy su base internazionale. Export che già ha vissuto i primi effetti negativi a febbraio in Cina, con marzo a presentare un calo corale del 12,7% per i mercati extra-Ue e aprile che quasi certamente vedrà numeri peggiori, nei mercati più remoti così come in Europa.

Doppio shock dal lato dell’offerta e della domanda che ha prodotto il dimezzamento dell’output, portando l’indice destagionalizzato della produzione poco oltre quota 57, a distanza siderale rispetto a livello di appena un paio di mesi fa.

E il futuro? L’andamento delle commesse non indica certo un’uscita immediata dall’emergenza, con gli ordini di aprile visti dal Centro studi di Confindustria in calo del 44,6% dopo il crollo a doppia cifra di marzo. E se un rimbalzo congiunturale inevitabilmente vi sarà (maggio di lavoro, rispetto ad un aprile di lockdown), questo non basterà a riportare in attivo il bilancio annuo, con la stima di un secondo trimestre in cui la dinamica tendenziale negativa sarà più che doppia rispetto al calo già sperimentato per gennaio-marzo, visto in frenata del 7,5%. L’ipotesi è quella di una ripartenza graduale, con il rimbalzo fisiologico verso l’alto dell’attività frenato in primis dal non immediato riallineamento dei consumi ai livelli precedenti: le abitudini di spesa delle famiglie sono cambiate – spiegano gli analisti – e difficilmente torneranno in tempi rapidi a quelle precedenti. Dal lato delle imprese, inoltre, prima di poter riattivare a valori normali il ciclo produttivo, vi è la necessità di smaltire le scorte accumulate nell’ultimo periodo di limitata domanda e inatteso stop produttivo ma in parte anche logistico.

La previsione è dunque quella di un riavvio a piccoli passi, con la maggioranza delle imprese costretta a lavorare ad un regime ridotto ancora per alcuni mesi.

Indicazioni del resto coerenti con le ultime misurazioni dell’indice dei direttori d’acquisto per il settore manifatturiero, che ad aprile crolla poco oltre quota 31, il minimo assoluto dall’inizio delle rilevazioni nel lontano 1997. Valori allineati con quanto accade nel resto d’Europa e che fanno ipotizzare un calo del Pil italiano di almeno 8 punti nel secondo trimestre.

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